Le vice ou la vértu?

Mon cher André Rauvère,
que devient-tu?
Le Vice ou la Vértu?
Guillaume Apollinaire.

Così mi sono seduta al tavolo, in quella notte di festa degli …enni. Al tavolo con voi, coppia di ingegneri rampanti, costruttori di autostrade e di uffici provinciali. Se ero in ansia per una serata che poteva scadere nel nostalgico, mi avete rassicurata immediatamente, sciorinandomi davanti il vostro presente di successo. Poi, esaurito il repertorio, siete passati a me. Tu, uomo delle autostrade, mi hai chiesto come mai sono rimasta alle medie, io che a scuola promettevo così bene. Non so se ti è bastata la risposta, forse no: “Sono ancora alle medie, ma non perché mi abbiano bocciata, eh! “. Hai abbozzato un sorriso e subito ti ho perdonato. Brucia ancora, il mio rifiuto adolescenziale, eh?
Tu, donna degli uffici provinciali, hai iniziato una tiritera infinita contro l’incompetenza degli insegnanti, che conosci bene, perché tua figlia, che è un genio della matematica, ha subito un danno irreparabile. Le hanno dato un nove e settantacinque, così da poterla danneggiare con un otto all’orale. Dunque, che ne penso, io, dell’incompetenza di questi colleghi qui, invidiosi della genialità di tua figlia? Hai fatto bene, no, ad andare a protestare, minacciando col dito come anche ora fai, puntandolo verso la luna, che però che colpa ne ha?
Benissimo, hai fatto. E come, no?
Ho ingollato con disinvoltura gamberoni in umido e la vostra arroganza da parvenus. Ho allargato lo sguardo verso la bella serata, il cabarettista, i fuochi d’artificio e persino la danzatrice del ventre. Vi ho messi tra parentesi. Tra quelli che non sono divenuti: né le Vice né la Vértu.

Caro Guillaume Apollinaire, perché dai per scontato che si debba “divenire”? Ci sono uomini che restano. Solo, da piccoli rompicoglioni che erano, si trasformano in grandi rompicoglioni.

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9 Risposte a “Le vice ou la vértu?”

  • lanoisette

    e nonsi può neppure dire, orazianamente, aurea mediocritas

  • Anonimo SQ

    Per favore, anche donne che restano…

    Anonimo SQ

    PS purtroppo, come tutti sapete, voi rappresentate una minoranza ristretta tra gli insegnanti. Di solito, trovarne al massimo uno, come voi, per figlio, è tanto. Due, un miracolo. Tre, impossibile.

    E certe risposte, a me che con umiltà chiedevo consiglio all’insegnante sul come fare, riconoscendole un’esperienza quasi infinita di adolescenti rispetto alla mia di padre (due figli in tutto), me le porterò nella tomba, e anche nell’aldilà. “Se lei non sa educare suo figlio, non è un problema mio. Io, i miei li ho educati bene”. Ecco, magari anche nell’aldilà, ma vorrei proprio reincrociarla, quella vostra “collega” (tra virgolette). O averne una figlia/figlio come studente all’università, per far vedere come davvero si insegna e si giudica.

    Ecco, tanto per rompere un pochino i c… anch’io. Scusatemi, ma neanche da militare son stato trattato in modo umiliante come da certi vs colleghi e colleghe: a insegnare ai primi della classe o della scuola, che di insegnanti non hanno bisogno, son bravi tutti. Ho visto genitori uscire tra i singhinghizzi dai colloqui con certe/i insegnati di mio figlio.
    Ah, sono anch’io un insegnante, anche se in altri ambiti (Noise sa).

    Scusate ancora lo sfogo.

  • guardaitreni

    Sì, “uomini” era detto nel senso globale: per la precisione, la più irritante è stata la signora ingegnera.
    A proposito di voler reincrociare … Io ho il sogno di reincrociare una delle insegnanti di una delle commissioni di abilitazione all’insegnamento. Piena estate. 40° all’esterno. Emozione. Mi siedo e provo una grande secchezza alla gola. Chiedo se, per piacere, prima di cominciare posso andare a bere un sorso d’acqua. Questa si alza, agguanta una bottiglia, riempie un bicchiere, me lo sbatte davanti. Sento ancora gli schizzi sulla pelle. “Ma vi pare che son qui a distribuire acqua a voi?” -mi dice. Potere, oh, sì, potere incontrare la gentile collega nel deserto, alle due del pomeriggio, mentre abbraccio la mia borraccia termica!

  • laGattaGennara

    e l’ho sentita tutta la gamberonata scendere a glù glù.

  • 'povna

    Gli ingegneri son sempre ingegneri. Ma certi madri e i padri di figli che vanno bene a scuola – anche per me, ché pure le famiglie le difendo praticamente sempre – sono qualcosa che che resta talmente tanto da non essere mai proprio partita.
    Io – sulla scorta della mia mamma – li chiamo piùcheretti. Geometricamente, mi pare adeguato!

    • guardaitreni

      Anche per me, di solito, le famiglie non hanno tutti i torti. Più che altro, quello che non sopporto nei piùcheretti è il loro attribuire agli insegnanti i centesimi di insuccesso dei figli. Sarà che a me son serviti più i centesimi di insuccesso, rispetto ai dobloni che servivano solo a montarmi la testa…

      • 'povna

        Assolutamente, concordo. E poi c’è un’altra cosa. Provo a spiegarla così. Nel dialogo con i genitori io parto dal presupposto (lasciando ovviamente eccezioni e casi personali a parte, che come sappiamo non fanno statistica) che tra individui ci si debba capire, in qualche modo. Dunque, se anche io fosse la Montessori, se qualcuno pensa che io stia facendo invece molto male, e dunque non capisce il mio montessorismo, il problema è come minimo anche mio (dal momento che il mio mestiere sarebbe per l’appunto quello di farmi capire).
        Ma quando arriviamo ai centesimi, specie in alto, beh, lì forse si entra in quella parte un po’ più specialistica, nello specifico del mio mestiere. E quindi penso di essere – sempre in linea generale, ovviamente – più in grado di altri non del mestiere di leggere quelle sfumature.

  • guardaitreni

    Esattamente. Io non trovo affatto retorico dire che il compito educativo deve essere condiviso, con tutto ciò che ne consegue. Il fatto che in tanti anni abbia avuto scaramucce solo con due genitori, e sempre a proposito di centesimi, mi conforta sulla linea che di solito tengo, che poi è quella che mi caratterizza nella vita privata: un po’ di umiltà, senza permettere a nessuno di mancarmi di rispetto.

Mi piacerebbe che, nel commentare, ti ricordassi che né io né te, da soli, abbiamo in mano le sorti del mondo.

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