Archivi categoria: Abolire i punti esclamativi!!!!!!!!!!!!

Bugie

E non è tanto perchè sono bugie. Anche le bugie, hanno un loro fascino. Un senso, spesso. Si dice una bugia e, tutto quello che sembrava sull’orlo del disfacimento, si ricompone, torna a farsi vita, a consentire vita.
No, non è perché sono bugie.
Esistono bugie che salvano matrimoni. “Non è un capello, ma un crine di cavallo, uscito dal paltò…”.
Pensa che bello.
Io me lo vedo, quest’uomo deciso a insistere, insistere, insistere. Determinato a far uscire il cavallo intero, dal suo paltò, se serve.
No, non è perché sono bugie.
Le bugie sono creative, se vogliamo.
Sei stata tu?
No, mamma, non sono stata io. E’ che la cioccolata impazziva, sola soletta nel suo vaso…
No, non è perché sono bugie.
Le bugie sono tenere, a volte.
Come mai sei in ritardo?
Ha partorito la gatta proprio quando stavo per uscire.
No, decisamente non è perchè sono bugie.
E’ perché attorno alle bugie è nata questa cosa bizzarra, questa sorta di galateo, che comanda di non reagire, di restare impassibili.

E tu che spalanchi gli occhi davanti alla collega che vuol farti credere che sì, farebbe quelle compresenze con te in classe in ore diverse, se potesse..
Ma… vedi anche tu, è impossibile, perché il tuo orario è così incasinato… E si incastra con quello degli altri che pure hanno diritto alle compresenze, ma anche loro hanno orari così incasinati… E… Guarda, come fa una povera crista che è anche l’unica a doversi fare l’orario da sé, a mettere insieme tutti i casini degli altri… impossibile, no?

Tu che sollevi il dito, lo abbassi su quel foglio di carta, lo lasci scorrere da sinistra a destra e osservi, ieratica: “Potresti venire anche tu, una volta, alla prima ora…”. Tu. Tu. Tu sei una che, irrimediabilmente, manca di bon ton.


Parlano

Li senti?
No, chi?
Quelli che parlano, là fuori.
Non sento niente. C’è silenzio, fuori. Nevica nuovamente. Sento il silenzio.
Eppure parlano.
Stai bene? Non è, che…
No, no. Escludilo. Sto benissimo. Fuori parlano. Parlano davvero.
Io, scusa, ma non sento nulla.
Neanch’io. Però parlano, lo so.
Parlano, di che?
Di sé. Parlano di sé.
E di che altro?
Di nient’altro.
Come quelli del Web?
No, no. Che farfugli? Sul Web, la gente dice. Sono quegli altri,quelli di fuori, che parlano e basta.
Ah. Puoi farmi un esempio? Scusa, ma così non ti seguo.
Hai ragione. Un esempio non mi viene, però. Qualche immagine, forse. Hai presente, una festa? Una grande festa e tu sei andata da sola. E ti senti un po’ a disagio. Per questo, gironzoli col tuo bicchiere in mano, che non sai neanche cosa contiene. Ecco. Una confusione così.
E’ perché parlano tutti insieme? E’ per questo, che non ti piace?
No, no. Non è perché parlano tutti insieme. C’è una festa, si capisce. E’ che ci sei tu, tutta imbarazzata, col tuo bicchiere in mano. Mi dispiace, vederti così.
Ma lascia perdere! Di che ti preoccupi? E’ una festa finta, no?
Non lo so. Forse. Comunque, tu sei lì, e adesso hai un po’ assaggiato dal tuo bicchiere. Adesso sai.
So, cosa?
E’un Bellini.
Ah. Secondo me, avrei dovuto capirlo dal colore.
Già. Ma non l’hai capito.
C’è un motivo?
Eri imbarazzata. Ti preoccupavi d’altro.
Ah. E… scusa, ma poi come va a finire?
C’è un tipo, vicino a te. Uno che riempie un piatto di tartine. Sai com’è, alle feste: viene il momento di riempirsi il piatto di tartine. Pure tu, lo fai. Però, adesso, non la senti più, la confusione. C’è ancora, per quello. Sei tu, a non sentirla. Adesso ascolti il tipo delle tartine. Parla, ecco.
Parla, ho capito. Ma che dice? Di che parla?
Di che parla? Non … Non saprei. Di bergamotti. Sì, parla di bergamotti.
Di bergamotti? Come mai, di bergamotti?
Perché lui sa tutto, sui bergamotti. Di come si coltivano, di come si commerciano, di come si tratta il prezzo…
E’ uno del mestiere, insomma.
No, no. E’ uno che sa le cose. Senti? Adesso parla d’altro. Parla di… di allergie, ecco di che parla.
E’ un medico, o un paziente?
Boh, chi lo sa. Forse nessuno dei due.
Capisco. E’ uno che si intende di allergie. Vai a capire perché, poi. Però tu… tu lo dici come se fosse sbagliato. Non c’è niente, di sbagliato. Il tipo delle tartine fa conversazione. E’ amabile, a suo modo.
Ma tu, lo conosci?
No, però…
Però, però…Non vedi che parla solo lui? Non vedi che non ascolta nessuno? Non vedi come aggredisce quell’altro che prova a contraddirlo? Non vedi come alza gli occhi al cielo quando pensa che qualcuno non sia all’altezza? Oh, ma tu non vedi proprio nulla! Io sì, però. E ora sai, che faccio? Esco da questa festa della malora, IO.

Ehi, sei arrabbiata sul serio?
E come, per ridere?
E’ per questo, che a volte taci anche per settimane? Hai paura di somigliare al tipo delle tartine?
E’ per questo.
Ah. Anche sul blog? E’ per questo che a volte taci a lungo, sul blog?
E’ per questo, sì. E allora?


Vista dalla finestra sul retro (senza orso).

Conosco una che ha paura di guidare. Guida il giusto, quel tanto che le serve per non sentirsi prigioniera di quattro mura. Va a fare la spesa, per dire. O a teatro, se proprio non può accompagnarla nessuno. E al lavoro, naturalmente. Però, se si tratta di viaggi lunghi o medi, se bisogna immettersi in autostrada, o se nevica, lei non guida.
Non è un bel vivere, direi, anche perché, a volte, non è che questa una possa fare quel che crede.
Stamattina, per esempio, indugiava con la tazzina del caffè e con le ultime pagine della Veladiano, contenta che la casa si fosse svuotata, che non fossero rimaste troppe briciole della colazione sul pavimento, che le spettasse iniziare il lavoro un’ora più tardi del solito.  Quando ha sollevato lo sguardo verso la finestra, però, per poco non le è preso un colpo.
Nevicava. Tanto. A mo’ di bufera.
Ha raccolto mentalmente quattro o cinque informazioni di rilievo, del tipo che il marito le aveva taciuto la cosa, che anche i figli di lui avevano taciuto della cosa, che era ormai passata l’ultima corriera utile, che di saltare un giorno di lavoro non se ne parla nemmeno, che il mondo è pieno di macchine spazzaneve e… E’ andata. In auto. Su gomme da neve ignare della propria funzione.
Prima di avviare il motore, ha tolto il CD di Guccini, “L’ultima Thule”, che insomma, non è per essere superstiziosi, ma… Lo ha sostituito con un vecchio album di Vecchioni, anzi con la traccia 14 del vecchio album di Vecchioni, “Alessandro e il mare”.
A me, questa una che ha paura di guidare, specialmente sulla neve, non convince. Mi dà l’idea di cercarsela, la sua fragilità. Sento che vuol dirmi qualcosa. Ma cosa?

Quanto a me, a me che nulla avrei a che fare con lei, se non fosse che abbiamo gli stessi occhi, e la stessa pelle, e i capelli acconciati allo stesso modo, e gli stessi genitori, e persino gli stessi fratelli, oggi, tornata a casa dal lavoro… Ebbene, ho fatto una cosa diametralmente opposta.
Ho aperto una delle finestre sul retro e ho visto quello che anche voi vedete in foto. Ho pensato che sarebbe bello se un giorno lì, su quella palizzata, si affacciasse uno di quegli orsi che pare seminino terrore da queste parti.
Io non avrei paura. Non sono come quell’una.
Sapete che farei? Io scatterei una foto da vicino, molto vicino, e ve la farei vedere su questo blog. Io sono forte. E’ quell’altra, che non mi convince.

image


The day after

Che poi, non diresti proprio, che c’è stata la fine del mondo.

Sì, va be’, un po’ si nota.
Dalle macchine dei sopravvissuti sulla statale, certo. Però, se ci pensi, non fa tutta questa impressione. E’ una scena che abbiamo visto così spesso, nei film… Già, chissà perchè i sopravvissuti si riversano sulle strade, poi. Non è, che abbiamo sbagliato? Non è, che dovevamo restare a casa nostra, che forse era più sicura? Ad ogni modo, qui un’inversione a U non è proprio possibile. Te l’immagini? Sopravvivere alla fine del mondo e provocare un banale incidente stradale.

Che poi, non diresti proprio, che c’è stata la fine del mondo.

Sì, va be’, un po’ si nota.
Dal parcheggio del centro commerciale. Guarda quante auto si sono fermate, prima di noi. Tutte senza più benzina, forse. No? Si sono fermati tutti per riposare? Ci conviene tagliare la corda, allora. Ti ricordi? Nei film, è proprio quando tutti si fermano a riposare, che “la cosa” riprende. A proposito. Hai saputo niente? Cos’è successo, DI PRECISO? Uno tsunami gigantesco? Un’alluvione universale? Un terremoto cosmico? E perchè noi non siamo stati coinvolti? Perchè, siamo sopravvissuti? Viviamo in una valle troppo isolata? Troppo isolata anche per l’apocalisse? Però.
Uscire da qui adesso, ti avverto, è improponibile. Guarda che coda, dietro di noi. E a destra. E a sinistra. Sai che ti dico? Ne approfittiamo per fare la spesa. Hai con te, il bancomat?

Che poi, non diresti proprio, che c’è stata la fine del mondo.

Sì, va be’, un po’ si nota.
Dalla cassiera che regala un panettone assieme alla spesa. Penso siamo rimasti in pochi, come sopravvissuti, se i panettoni abbondano. No? Abbondano tutti gli anni? E perché ne fabbricano così tanti, allora? No, non rispondere. Lasciami gustare questo giorno da “che poi”. No, perché non so se hai notato, ma finalmente ho scritto un post che inizia con “che poi”. Sapessi da quanto ci pensavo! Ci credi, che per me era un tabù? La maestra diceva che non si comincia a scrivere, con un “poi”. “Poi, rispetto a che?- diceva – Esiste, un evento così importante che con un “poi” possa palesarsi alla mente di tutti i lettori?”.
Sì, maestra. La fine del mondo.

Che poi, non diresti proprio, che c’è stata la fine del mondo.

Sì, va be’, un po’ si nota.
Ma pensi che la maestra sia sopravvissuta? Mi sembrava tanto vecchia già allora! E, a voler approfondire: chi pensi siano, i sopravvissuti? Che facce hai visto, al supermercato?
Ah, le facce di quelli che vogliono governarci, ma solo un giorno sì e quello dopo forse no.
Le facce di quelli che fanno la spesa sul conto del partito.
Le facce di quelli che condannano i sismologi perchè non sono indovini.
Le facce di quelli che possono comprarsi anche lo Stato, come no.
Le facce di quelli come noi, con il vizio di sperare.

Be’, se è così…
Possiamo ricominciare.


Buone notizie (forse), sulla fine del mondo

Fuori dalle palle, miss (Mondo).

Vive nel suo (…) e non s’impiccia più del mio (…).

Nessuno va più all’altro (…).

Non lo farei per tutto l’oro (del…), ma per un lingotto, sì.

Comincio a divertirmi (un …) come tutti.

Il terzo (…) raggiunge comunque il podio.

Il mio regno non è di questo (…) pirla!

L’eroe dei due (…), pardon, dei Mille.

(…) Cane, vieni che ti porto a far pipì.


A me che pensavo…

Lo so che, quando mi ci metto… Il mio compleanno dove volevo. Qui.

image


Parigi e un cappello

Allora mi sono seduta al pc. Mancava un’ora, alla riunione successiva. Non c’era nulla, che dovessi fare al pc, naturalmente. Era solo perché non mi si vede mai, al pc della scuola, mentre gli altri ci stanno davanti anche per ore. Ho pensato che non poteva far che bene alla mia immagine, farmi vedere al pc. Solo che davvero non mi veniva nulla, da fare al pc. Ho lasciato che il mouse andasse per conto proprio. E quello se n’è andato su un sito di voli+hotel, e non è colpa mia, se si è piazzato giusto su un volo+hotel per Parigi. Mi sono detta “quanto costerà”, ma non è colpa mia se per saperlo ho dovuto inserire due dati, tra cui il numero di telefono. Ho pensato “mica tan…” e già il cellulare vibrava nella mia tasca. “Signora, abbiamo visto che sta prenotando un volo+hotel per Parigi”. Veramente no, stavo solo mostrandomi interessata al pc della scuola, per fare bella figura come quelli che ci stanno incollati anche per ore. Comunque, sì, stavo sbirciando un volo+hotel per Parigi, ma non per me, neanche per un familiare, no. Per qualcuno, qualcuno in astratto che volesse andare a Parigi. Ci sarà, un benedetto qualcuno, su questo pianeta, che avrà voglia di fare un benedetto viaggio a Parigi, uno di questi giorni. E quel qualcuno, avrà diritto di sapere quanto gli costerà un volo + hotel per Parigi. Faccia conto che io lo farò sapere a quel qualcuno, visto che personalmente non devo andarci, a Parigi. Ma poi, lei, chi é? Io avrò ben sbirciato un volo+hotel per Parigi, ma lei stava sbirciando me. Mi faccia capire: è questo, il suo lavoro? Cioè, lei sta lì, all’altro capo del computer della mia scuola, e controlla chi va a Parigi? Come sarebbe, uno sconto? Uno sconto per ognuno che va a Parigi? Ah, me lo darebbe anche se andassi in Madagascar? Capisco. Ma io, in Madagascar, per il momento non ci voglio proprio andare. Be’, Parigi sì, mi piacerebbe. Si dà il caso che debba compiere gli anni, e come ogni anno, da alcuni anni, la cosa mi infastidisce un po’. Vede, a Parigi mi andrebbe anche di compiere gli anni. Nel senso che Parigi è la città giusta per le fughe. Le fughe dai compleanni. Le dirò di più. Se andassi a Parigi, ci comprerei anche un cappello. Così, per fare la ragazza di prima classe. Non vorrei, però, che lei si insinuasse anche lì, nell’acquisto del mio cappello. “Signora, abbiamo visto che lei sta comprando un cappello”. No, perché il mio cappello me lo scelgo come mi pare e piace, se vado a Parigi. Come dice? Voi non vi occupate di cappelli, ma solo di voli+hotel? Ne siamo certi? Certi certi certi? Un volo + hotel per due, dunque. Stavolta si salta il compleanno. Si va solo a comprare un cappello.


Non scrivo lettere al ministro

Io un bel post, dal titolo “Non scrivo lettere al ministro”, l’avevo scritto.
Cominciava così:

“Non scrivo lettere al ministro. Per due ragioni. La prima è che ne ho lette di bellissime, in questi giorni, e posso dire che avrei potuto sottoscriverle tutte. La seconda è questa: forse che il ministro, qualche volta, abbia scritto una lettera a me?
Una lettera di questo tipo, per esempio”:

Seguiva lettera del ministro a ME.

A quel punto, il tablet si è inchiodato. Ho perso il salvataggio. Niente più lettera del ministro a ME. Come sempre, d’altronde.
Qualcuno dirà che avrei potuto riscrivere la lettera del ministro a ME.
Quel qualcuno deve sapere che non faccio mai due volte la stessa cosa. Cerco sempre effetti diversi.
In ambito psicoanalitico dicono che il malato mentale è colui che vuole ottenere effetti diversi ripetendo le medesime azioni.
Vale per ME e vale per il ministro.
Sono andata a preparare la crostata con la marmellata di prugne. Avrà il suo effetto.
Domani preparerò una torta di carote. Avrà l’effetto contrario.
Almeno io ci provo, ad apparire sana…


Le vice ou la vértu?

Mon cher André Rauvère,
que devient-tu?
Le Vice ou la Vértu?
Guillaume Apollinaire.

Così mi sono seduta al tavolo, in quella notte di festa degli …enni. Al tavolo con voi, coppia di ingegneri rampanti, costruttori di autostrade e di uffici provinciali. Se ero in ansia per una serata che poteva scadere nel nostalgico, mi avete rassicurata immediatamente, sciorinandomi davanti il vostro presente di successo. Poi, esaurito il repertorio, siete passati a me. Tu, uomo delle autostrade, mi hai chiesto come mai sono rimasta alle medie, io che a scuola promettevo così bene. Non so se ti è bastata la risposta, forse no: “Sono ancora alle medie, ma non perché mi abbiano bocciata, eh! “. Hai abbozzato un sorriso e subito ti ho perdonato. Brucia ancora, il mio rifiuto adolescenziale, eh?
Tu, donna degli uffici provinciali, hai iniziato una tiritera infinita contro l’incompetenza degli insegnanti, che conosci bene, perché tua figlia, che è un genio della matematica, ha subito un danno irreparabile. Le hanno dato un nove e settantacinque, così da poterla danneggiare con un otto all’orale. Dunque, che ne penso, io, dell’incompetenza di questi colleghi qui, invidiosi della genialità di tua figlia? Hai fatto bene, no, ad andare a protestare, minacciando col dito come anche ora fai, puntandolo verso la luna, che però che colpa ne ha?
Benissimo, hai fatto. E come, no?
Ho ingollato con disinvoltura gamberoni in umido e la vostra arroganza da parvenus. Ho allargato lo sguardo verso la bella serata, il cabarettista, i fuochi d’artificio e persino la danzatrice del ventre. Vi ho messi tra parentesi. Tra quelli che non sono divenuti: né le Vice né la Vértu.

Caro Guillaume Apollinaire, perché dai per scontato che si debba “divenire”? Ci sono uomini che restano. Solo, da piccoli rompicoglioni che erano, si trasformano in grandi rompicoglioni.


Sicilia in vacanza a Tahiti

Certo che, se mentre io preparo i bagagli per la Sicilia, il governatore Lombardo mi fa sapere dalle pagine del Corriere che la Sicilia non ha un buco, ma un indebitamento (sentito, Toni, come si chiama quella cosa attorno alla quale si dispone il calzino che stavo per mettere in valigia?) e poi aggiunge, per me profana, che la Sicilia è come un tizio che guadagna 27.000 euro all’anno, compra casa e fa qualche spesuccia, contraendo un debito di 5400 euro con un noto istituto di credito al consumo, io mi tranquillizzo.
Disfo anche i bagagli, se è per quello.
Io lo conosco, un tizio come quello di cui parla il governatore Lombardo. Io non mi meraviglio se arrivo lì, nel cielo di Ustica, e il pilota mi avverte che, per un imprevisto tecnico, la Sicilia non è al suo posto. Il tizio che conosco io, a Tahiti, se n’è andato, con i 5400 euro del famoso Istituto di credito al consumo.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 107 follower