Archivi categoria: Scuola?

…Guidare a fari spenti nella notte…

Cos’è che doveva succedere , oggi, che è il 12 12 12?

Ah, Benedetto doveva spedire il suo primo tweet. Alle 12.
Io avevo l’incarico di ricordarlo alla mia classe: “Ragazzi, sono le 12 del 12 12 12″.
Benedetto ha scritto il suo tweet.
Io mi sono dimenticata di ricordare quel che dovevo ricordare alla mia classe.
Sono giustificata, però.
Alle dodici meno cinque ho diviso la lavagna (quella tradizionale, non la Lim) in tre parti rigorosamente disuguali. Vi ho scritto su: Analisi grammaticale- Analisi logica- Traduzione latina. Poi ho scritto la prima frase. Semplice, di quelle che si usano per cominciare . Sempliciotta, addirittura. La rosa è bella. Se ben ci pensate, però, “La rosa è bella” è una frase geniale, al giorno d’oggi. E’ una frase densa, anche se non lo appare. Dentro a una frase del genere c’è la constatazione che esiste un mondo esterno che sostanzialmente non ci riguarda (la rosa), ma che riusciamo con delicatezza ad accostare con un atto di giudizio (è bella). La rosa rimane la rosa. Non viene violata, non viene piegata ai nostri fini: rimane lì, al suo posto. Noi ci limitiamo ad accarezzarla con l’ombra di un’emozione.
Non ne siete convinti? Provate allora a confrontare “La rosa è bella” con quest’altra frase: “Scendo in campo”. Vi pare la stessa cosa? Ci leggete dentro lo stesso rispetto per l’esistente? Non vi viene, piuttosto, l’impulso di porre delle domande? Perché scendi in campo? Chi te l’ha chiesto? Cosa ti ha fatto di male, il campo? E poi: è un campo di grano o un campo di gramigna?
Alle 11.59 , dunque, ho scritto questa densa frase che è “La rosa è bella”. L’ho anche scandita ad alta voce. Subito dopo, una voce alle mie spalle ha scandito, a sua volta, forte e chiaro: “Rosa pulchra est”.
Solo questo: “Rosa pulchra est”.
- Ho sbagliato qualcosa? – ha chiesto il Leo, tutto rosso in viso.
No, Leo. Non hai sbagliato nulla. E’ che ho dimenticato di avvisarvi che erano le dodici, e ve l’avevo promesso. Ci tenevate tanto. Dio, Leo… Dovevi proprio dirla alle dodici in punto, quella frase? Mi hai lasciata inebetita ancora per un minuto, credo. Sì, abbiamo già fatto due lezioni di “latino”, la settimana scorsa, ma… era un bluff, Leo. Diciamo che ve l’avevo pompata un po’, per farvi sentire più grandi, importanti come i vostri fratelli che fanno già il liceo. In realtà erano solo giochini, giochini che mi ero inventata anche per mostrarvi che l’italiano ha una madre, una madre morta, dicono. Ma sono tutte congetture, perchè se poi uno va a cercarla, quella madre… c’è ancora, è lì dentro, nelle viscere del figlio. Giochini, Leo. Giochini che non ti autorizzavano per nulla a riversarmi addosso la musica di quella piccola, vecchia, polverosa frase. “Rosa pulchra est”.

Cos’è che doveva succedere, oggi, che è il 12 12 12?

Ah, le udienze. Le udienze pomeridiane. Certo che sono fuori tempo, rispetto a Benedetto. Quando lui twitta, io faccio le udienze. Va be’.
- Buongiorno, signora. Sono in aula tra un minuto, definisco una cosa con il dirigente e sono da lei.
- No, guardi. Io devo chiederle qualcosa in presenza del dirigente.
- Prego, allora.
- E allora, queste lezioni di latino?
Il dirigente trasecola.
- Ma, signora, quando saranno in terza potremo pensare a un corso di latino. Sempre che ci siano i fondi, sempre che…
- No, dir. Non è questo che ti chiede la signora. La signora chiede quando smetterò con le mie lezioni di latino. Giusto, signora?
- Giusto.
- Come mai?
- Perchè è una perdita di tempo. E’ una cosa difficile e… arretrata, ecco.
A volte l’utente non c’è. Fa’ finta che ci sia e spiega, Guardaitreni, spiega, coraggio. Le radici latine dell’italiano, la grammatica contrastiva, rosa pulchra est…
- E allora, se è come dice lei, perchè non lo fanno anche nelle altre classi?
- Potrebbe andare a chiederlo, signora. Arrivederci.
Arrivederci, dir., d’accordo così, allora. Buongiorno, signora. Buongiorno, signore. Tutto ok con Simone, Martina, Giovanni. Buongiorno, signora. Latino sì, latino no, latino sì anche per lei, signora… Ok. Peggio delle primarie. Tanto, sappiatelo… Aveva già vinto Leo.

Cos’è che doveva succedere, oggi, che è il 12 12 12?

Ah, finite le udienze devo ritornare a casa. Freddo siberico. Mucchi di neve ai bordi della statale. Buio pesto, in questo tratto di strada. Sempre. Sempre? No, cavoli. Non funzionano i fari della mia macchina! Oh, cavoli, cavoli, cavoli… E cosa si fa, in questi casi?
… Guidare a fari spenti nella notte… la la la … com’è facile morire…
Piano, piano… Ecco, quella è casa. Riconosco le luci dell’albero di Natale. Meno male che quest’anno l’ho fatto…


Il metodo di studio e il suo indotto.

La Lalla mi ha autorizzata a scrivere questo post.
Dovete sapere, per comprendere, che ho due sole colleghe, a conoscenza del mio blog: la Lalla, di cui presto parlerò anche per un altro motivo, e la Lelia, che sono certa si affaccerà su questo schermo una volta o l’altra. Tutte e due hanno anche una funzione, in quello che di solito vi racconto sul mio lavoro. Sono, per così dire, le “regolatrici” della mia autoreferenzialità: dovessi raccontare qualche fandonia su quanto io sia brava ed efficace, come insegnante, la Lalla e la Lelia, da brave testimoni, disapproverebbero. Forse avrebbero anche ragione a togliermi il saluto, in tal caso.
E ciò basta a che me le tenga strette, la Lalla e la Lelia, perchè ogni giorno di più mi accorgo che, avendo in mano un mezzo come questo web qua, la tentazione di presentarsi come si crede di essere è sempre dietro l’angolo…

Ma torniamo alla Lalla, che, dicevo, mi ha autorizzata a scrivere questo post. Era davanti alla macchina del caffè, stamattina, quando sono arrivata a scuola.
“Hai letto il messaggio?”- mi ha chiesto, con una certa ansia.
“Che messaggio?”.
E lì mi sono ricordata che anche ieri non ho riacceso il cellulare, dopo le lezioni.
“No, mi dispiace, ma adesso lo leggo. Scusa, era molto importante?”.
Ho frugato nella borsa quel tempo, incalcolabile al ritmo di un orologio, durante il quale si hanno le certezze più rapide e intense della propria vita: l’ho lasciato a casa, in cucina… No, sul sedile della macchina. Ma no, no, non l’ho usato, stamattina. Ecco, in soggiorno, sotto carica. Ma no, prima di ricaricarlo l’avrei acceso. Oddio, e se fosse scivolato dalla tasca del cappotto? Lo dico, io, che questi cappotti hanno certe tasche… Ah, eccolo. Sì, è spento.

Il messaggio della Lalla diceva queste cose, secondo un ordine di importanza esistenziale:
1) Tu, alle riunioni, devi venirci anche quando non sei obbligata (Eh, Lalla!).
2) Noi siamo qui alla riunione con l’équipe neuropsicocosa, con il dir, la coordinatrice, la sostegno (insegnante di) e un certo numero di dottori (mi dispiace, Lalla).
3) Tu non ci sei ( Sfido, io! Son qui a casa, correggo compiti e aspetto che lieviti la torta di rose su cui dovrò scrivere un post, tra qualche giorno).
4)Se tu ci fossi, sentiresti la mamma di P. che spiega il metodo che usi per fare storia (Lalla! Anche i genitori, adesso, si intendono di metodo?).
5) Sentiresti, ma tu per una volta non ci sei, tutti i dottori che dicono cose fantastiche su di te (Tipo, che… Lalla?).
6) Tipo che, se uno è un bambino sfortunato come P., ma poi incontra un’insegnante come te, che fa storia con quel metodo là, il bambino sfortunato P. diventa il bambino fortunatissimissimo P. (La P non riesco a rivoluzionarla, Lalla cara: la lascio così).
7) E domani, per favore, su questa cosa scrivi un post, così per un po’ smetti di fare la prof. di tenore medio-basso, su quel cavolo di blog (Be’, cavolo di blog non dovevi dirlo, Lalla…).
8) E giacchè ci sei, scrivi anche quell’altra cosa di stamattina ( Eh, no, Lalla. Io non lo voglio raccontare, che stamattina in corridoio si vociferava del tema del mio ex alunno, il piccolo O., in cui si dice che se uno viene dall’Ucraina, e non capisce un’acca di italiano, basta che vada dalla bravissimissima prof. Guardaitreni e impara a parlare e scivere in un un mese e mezzo. Dove li mettiamo, questi dell’Ucraina, con i loro colbacchi, se poi vengono tutti qui?).

Uff, Lalla. Tu mi hai autorizzata e io l’ho fatto: ho scritto un post nel quale non sono proprio malconcia, come insegnante. Però, poi… Mi vergogno un po’, a dirlo, eh.
Poi, nel pomeriggio, ho avuto i Consigli di Classe. Due. Con i genitori. Quelli bravi, quelli che vengono sempre, a sentire se svolgono bene i compiti dei figli. E lì, mi sono sentita apostrofare: “Scusi, ma lei, pensa di insegnare anche un metodo di studio, a questi ragazzi che ne hanno tanto bisogno?”. Chi, io? Metodo di studio? Ma se sono la supermegaprofguardaitreni, quella del metodo di studio, per l’appunto! Ma… che ci sia sotto qualcosa?

Mi conosci, Lalla. Alla decima domanda sul metodo di studio, mi sono incazzata in modo significativo, valido e attendibile. Così, ho scoperto la verità: si fanno degli incontri, nel territorio. Degli incontri tra genitori e certi guru del metodo di studio. Funzionano così: il guru viene dalla città; il guru, prima, però, prenota il teatro. Il teatro (lo so perchè ci vado tutte le volte che vi si dà uno spettacolo) di solito è semivuoto. Quando c’è il guru, invece, il teatro fa il pienone. E questo perchè gli attori hanno perso la tradizione, ora che non ci sono più le carrozze con i cavalli, di dire “Merda, merda, merda” per procacciarsi gli spettatori, e quella tradizione l’ha presa invece il guru. Il guru dice :”Merda, merda, merda”. Agli insegnanti. E a chi, se no? I genitori vanno a teatro. Il guru è simpatico. I genitori, la settimana dopo, portano i figli dal guru, per il metodo di studio. Pagano cento euro a seduta, per il guru, i suoi assistenti e le spese di ordinaria amministrazione di una specie di poliambulatorio del metodo di studio.
Ecco. Mi piacerebbe sapere quanti siano, attualmente, i guru dell’indotto del metodo. Sono tanti? Pochi? Pagano le tasse? Evadono regolarmente?
E infine, nòcciolo vero della questione: come mai, quando la Fiat entra in crisi, precipita anche l’indotto, e quando è in crisi la scuola pubblica, l’indotto ingrassa? Solo perchè Profumo, per il buon nome che porta, non può dire “Merda, merda, merda”?


C’è chi è peggio del ministro, però…

Ti telefonano alle nove di sera, in preda al panico, perchè non si trova l’esperto. Hai appena finito di rimettere a posto la cucina e stai pensando al pacco di test da correggere. Vorresti essere solidale, ma ti riesce a malapena. Che vuoi farci? Da Majorana in poi, la scomparsa degli esperti più di tanto non ti tocca.

Ti ci ritrovi faccia a faccia per il corridoio. Ti dicono, con un sorriso abnorme: “Scusa, sai quell’assemblea dei coordinatori con i genitori? Lo so che non coordini la II D, ma se potessi venire un’oretta prima e fossi presente anche tu, mi sentirei più tranquilla”.

Ti conoscono. Sanno che, praticamente, sei un’appendice del tuo tablet, e che ricevi la posta elettronica in tempo reale. Allora ti scrivono: “Cara collega, volevo avvisarti che questo fine settimana l’alunno C.B. sarà assente per motivi religiosi”. Roba che il tablet non ti basta, e vorresti materialmente, carta e penna alla mano, rispondere: “Cara collega, ti ringrazio dell’informazione, ma per questo fine settimana non avevo in previsione alcun pogrom”.

Ti incrociano al supermercato, quando sei sul punto di decidere che anche questa volta, consigli di classe o no, non cederai al ragù in scatola. “Oh, proprio tu! Sai che ti stavo pensando? La T . si è slogata una caviglia. Ci verresti tu, domani, ad accompagnare la classe in montagna?”. “Io? Ma domani è il mio giorno libero”. “Appunto. Pensavamo che così non ti si deve sostituire…”.

Ti chiedono da che parrucchiere vai, con un taglio così cool, se conosci una signora che fa bene le pulizie, se sai per caso in quali giorni il supermercato chiude, da queste parti. Rispondi con un grazie, sì conosco una brava signora ucraina, i supermercati chiudono il lunedì pomeriggio. Ti aspetti un “ok, mi daresti il numero della signora ucraina”. Invece ti guardano, allucinati da chissà quale tuo effetto alone, e: “Che ne dici, di incontrarci per quel progetto, un pomeriggio? Una cosa fra me e te, però, non una riunione ufficiale”.

Diciamo la verità. Al ministro, qualcuno deve aver suggerito, di farti fare 24 ore anziché 18.
I tuoi colleghi.


Perchè io, un giorno, sarò pompiere!

Una delle gratificazioni più potenti, per chi lavora nella scuola, è che può contare sempre su un talent scout. Di solito, questa figura è quella del dirigente. E’ il dirigente, infatti, che sonda le personalità, porta alla luce passioni latenti, le mette a frutto.
Per dirne una: io non sapevo, di poter essere così brava a spegnere i fuochi.
Il mio talent scout, e un giorno spero mi dica come ha fatto, ha scoperto che sarei potuta diventare una spegnifuochi d’eccellenza.
Infatti. Un anno fa mi ha spedita dritta dritta a un corso antincendio dentro un capannone della protezione civile.
E’ stato bello, anche perchè ho potuto approfondire la conoscenza della protezione civile. La protezione civile non è, come comunemente si crede, quella che interviene quando ci sono calamità a danno dei cittadini. Cioé, è anche questo. Ma soprattutto, la protezione civile è l’unica istituzione italiana che NON interviene in favore di sé stessa. I capannoni della protezione civile, infatti, non hanno i vetri alle finestre e , quando vengono usati per quattro ore di formazione con un algido ingegnere, posso dire che non siano i posti più caldi del mondo. Io, i capannoni della protezione civile, giuro, me li ricorderò, il giorno in cui mi proporranno una gita in Antartide, anche perché non sono il tipo che, per ipotesi, ascolta una conferenza sugli incendi e per ciò stesso sente caldo… E tuttavia, a quel corso di formazione devo molto. I soliti esempi? Ecco, prima avevo paura degli estintori. Dopo, no. Dopo, sono arrivata a casa e ho preteso che se ne comprasse uno piccolino, adatto alla cucina, cioé di colore rosso, perché la mia cucina è rossa. Ecco, prima non capivo che differenza ci fosse tra i due modelli di estintori che vedevo in giro per la scuola. Ora so che, in caso di incendio in aula di informatica, sganciandone uno dalla parete, ho il 50% di probabilità di beccare quello che non alimenta il fuoco. Ecco, prima ero una fifona. Dopo, ho spento ben due fuochi con due estintori diversi, e ho preso i complimenti dei pompieri per l’eleganza nel tornare indietro a passo di gambero. Robe da Grisù, insomma, tant’è vero che l’anno scorso non ho fatto neanche l’albero di Natale, dopo che l’ingegnere me l’ha spacciato per una delle prime cause di incendio nelle abitazioni…

Ho questo vizio di divagare, lo so. Ero partita col parlare dei dirigenti talent scout e sono finita nella storia del freddo dei capannoni della protezione civile. Ci sarà un filo conduttore? Be’, forse il fatto che volevo farvi sapere che il mio talent scout ha valorizzato la mia competenza antincendio. Infatti, stamattina, mi è arrivata la nomina a “addetto al primo soccorso”….


Non scrivo lettere al ministro

Io un bel post, dal titolo “Non scrivo lettere al ministro”, l’avevo scritto.
Cominciava così:

“Non scrivo lettere al ministro. Per due ragioni. La prima è che ne ho lette di bellissime, in questi giorni, e posso dire che avrei potuto sottoscriverle tutte. La seconda è questa: forse che il ministro, qualche volta, abbia scritto una lettera a me?
Una lettera di questo tipo, per esempio”:

Seguiva lettera del ministro a ME.

A quel punto, il tablet si è inchiodato. Ho perso il salvataggio. Niente più lettera del ministro a ME. Come sempre, d’altronde.
Qualcuno dirà che avrei potuto riscrivere la lettera del ministro a ME.
Quel qualcuno deve sapere che non faccio mai due volte la stessa cosa. Cerco sempre effetti diversi.
In ambito psicoanalitico dicono che il malato mentale è colui che vuole ottenere effetti diversi ripetendo le medesime azioni.
Vale per ME e vale per il ministro.
Sono andata a preparare la crostata con la marmellata di prugne. Avrà il suo effetto.
Domani preparerò una torta di carote. Avrà l’effetto contrario.
Almeno io ci provo, ad apparire sana…


Un’ex brava insegnante

Sono stata una brava insegnante. A distanza di qualche anno, me ne rendo conto.
E’ buona abitudine sociale non dire pubblicamente alcunché di chiaramente positivo sul proprio conto.
Sto perdendo quasi tutte le buone abitudini sociali, dunque lo dico.
Sono stata veramente una brava insegnante.
Ho creduto nella professione, nel fatto che ogni giorno era possibile aggiungervi un pizzico di qualità.
Ho lavorato molto.
Le mie ore preferite erano quelle della notte. Di notte, studio con concentrazione e partorisco le idee migliori.
Sono sempre stata certa che il mio lavoro, intendo dire la parte più stimolante del mio lavoro, non si svolgesse “nella classe”: era in quelle ore notturne durante le quali preparavo le lezioni. Era lì, che iniziava la sfida del “mestiere impossibile” di insegnare. Era lì, che mi sentivo costretta a chiedermi “come”: come avrei potuto farmi capire dal primo e dall’ultimo della classe. Conservo ancora, su un fascicolo contenente un’unità didattica non teorica, ma sperimentata sul campo, con tanto di allegati delle prove degli studenti di fasce differenti, tre post -it gialli apposti dal formatore. I primi due riportano valutazioni su singoli aspetti. L’ultimo recita: “Il suo lavoro dimostra che ci saranno sempre bravi insegnanti”.
Sì, sono stata una brava insegnante.
Conservo anche la lunga lettera della responsabile di un progetto nazionale al quale ho collaborato. Ho evidenziato in giallo queste parole, arrivate dopo una sperimentazione di quattro anni: “Il tuo è, squisitamente, quello che si intende per insegnamento riflessivo”.
Sì, sono stata una buona insegnante.
Mia madre, un giorno, senza scrivermelo su nulla di giallo, mi ha detto: “A che serve, tanta fatica? Ti pagano da sopravvivere a stento”.
Era vero. Vivevo in un appartamento che costava due terzi dello stipendio.
Mi sono offesa con mia madre e da allora non le parlo più del mio lavoro.
Sono stata una brava insegnante e una pessima figlia. Ma tant’è. In famiglia siamo tutti “pessimi qualcosa”. Anche oggi, molte volte, sono una pessima moglie. Per esempio, quando mio marito torna a casa e io non sollevo la testa dai compiti che sto correggendo.

L’altro giorno, poi, ho visto piangere una giovane collega. Si rammaricava di non essere riuscita a correre in tempo al capezzale di un amico. Quel giorno aveva troppe prove di ingresso da correggere. Non sto scherzando. E’ successo.
Ho cercato di consolare la giovane collega.
L’ho fatto, malamente, con argomenti da ex brava insegnante. Le ho detto che non deve sentirsi in colpa. Quello che ha fatto è naturale: questo , si aspetta il mondo dagli insegnanti, che siano responsabili.

Invece no. Il mondo non si aspetta nulla, dagli insegnanti. Il mondo ha solo imparato a blaterare, dunque blatera. A chi volete importi qualcosa, che io insegni bene o male? A quelli che scrivono libri, offrono formazione, fanno le leggi? Scusate la banalità: se per loro non è business, è popolarità. Qualunque cosa dicano, dalla prima all’ultima parola del vocabolario.
A me, potrebbe importare qualcosa, se ancora fossi la brava insegnante che sono stata.
Ma siccome non lo sono più, siccome sono solo una che corre alle riunioni, dove è costretta a imparare insani rituali, una che accompagna in gita, una che sorveglia le entrate, le uscite e i bagni, una che contatta esperti, una che supplisce i colleghi assenti per esaurimento nervoso… Cosa volete che me ne importi? Mi becco questa novità delle ventiquattro ore anzichè diciotto e vado avanti… fino alla pensione o a eventi un tantino più tragici.
Solo, consentitemi una piccola, del resto abituale, da parte mia, cattiveria: si abbia il coraggio di Francisco Franco, che almeno spiegò palesemente perché ce l’avesse con gli intellettuali e se la prendesse con i loro produttori, cioè i maestri delle elementari. Ne uccide più la penna che il fucile.


Appello per Malala. Facciamo girare!

Domani, tutti insieme, aggiungiamo un banco alle nostre classi. Il banco di Malala Yousafzai, bambina pakistana colpevole di credere nell’istruzione delle donne.


A tutto c’è un limite…

Anche ai neologismi. Così, quando su un documento leggo che bisogna procedere “all’efficientamento” della scuola, mi viene voglia di sperperarla, la scuola. Spargerla a piene mani, nella forma di corsi obbligatori e assai intensivi di Italiano come lingua madre… anche se questa lingua madre, stringi stringi, partorisce un po’ troppi figli di…


Erano tutti bravi ragazzi

Ne conoscevo una parte. Erano tutti bravi ragazzi. Alcuni erano maschi, molte erano femmine. Le loro storie, seppure vissute in tempi diversi, procedevano per somiglianze.
Da piccoli, guardavano la televisione lasciandosene conquistare. Per molti di loro, la televisione era il bianco e nero da colmare con colori immaginari. Per altri, era già a colori, ma cambiava poco. Restavano ancora molte cose, da immaginare.
Gli uni e gli altri amavano leggere. Per molti di loro, non per tutti, il libro era lo stregone, o, il che è lo stesso, la formula scientifica attraverso la quale moltiplicare l’esperienza del mondo. A vent’anni, perciò, avevano già viaggiato come ne avessero cento, ma lo stesso non rinunciavano a immaginare.

Ne conoscevo una parte. Erano tutti bravi ragazzi. Alcuni erano maschi, molte erano femmine.
Tra le femmine ricordo lei, che chiamerò Fabrizia.
Disse: “Tu mi piaci. Quando ritorno… Continuiamo a studiare insieme, vuoi?”.
Fabrizia abbandonò i libri sul divano, non li tolse nemmeno. Per poco, disse, quindici giorni. In cucina aveva un enorme planisfero. Ci attaccava sopra delle puntine da disegno. Rosse per i Paesi ormai visti, verdi per quelli da vedere. Una sola puntina, gialla, per il Paese che già l’aspettava. Un Paese esotico.
Nei Paesi esotici ci sono animali esotici.
Qualcuno non è buono, con la gente.
Non studiammo più insieme.

Ne conoscevo una parte. Erano tutti bravi ragazzi. Si sono lasciati convincere che questo è il loro mestiere. Fanno le riunioni. Progettano. Pianificano. A volte, la sera guardano la televisione, che è per tutti a colori, ma sono stanchi. Non sono forti abbastanza da immaginare. Non leggono i libri. Dicono di non averne il tempo. Non perdono tempo a vergognarsene.
Qualcuno, da qualche parte, studia la formula per farli tornare. Non torneranno. Un altro qualcuno li ha uccisi, i bravi ragazzi di una volta, senza neanche sporcarsi le mani. E’ stato sufficiente privarli dell’intelletto, e di un tempo per la cultura.

Fabrizia diceva che viaggiare è bello perché è un modo diverso di leggere.
In un modo o nell’altro, vedete, non si sarebbe salvata.


Incantata

Ho voluto provarci anch’io. Io che a scuola dovevo ascoltare ore di lezione senza fiatare e nell’età più tenera ci riuscivo anche.
Mi sono fatta una mappa. Ho pensato che, invece di dirmelo a parole, potevo dirmelo a mappa.
Mi sono fatta una mappa. Dentro le bolle ci ho messo i progetti. Poi ho tracciato le lineette. Le lineette portavano alle attività, perché le attività devono essere più piccole dei progetti. Dalle attività ho fatto partire altre lineette, per arrivare ad altre bolle che contenevano i contenuti del mio programma. Queste bolle dovevano essere più piccole, perché i contenuti devono essere più piccoli dei progetti e delle attività, ma avevano parole lunghe, perciò le ho fatte più grandi e mi sono perdonata.
Alla fine, ho colorato tutto, perché è bello vedere una mappa tutta colorata e perché ormai avevo perso tanti di quei giorni che uno più uno meno…
Incantata. Sono rimasta incantata, davanti alla mia opera. Mi sono pure commossa, quando ho pensato che uomini e donne in salute, onesti, rispettosi dell’ambiente, amanti della lettura, verranno dalla mia mappa.
Dovevo dirmelo a parole, ma me lo sono detta a mappa: pirla, e la grammatica, in che progetto la metti?


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 106 follower