Auguri, eh!
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Cronaca da un tostapane
Appoggi il destro, signora. Ora le farò un po’ male, ma solo un po’. Mi dica, lei vedrà qualcosa? No, vedranno quelli dell’ospedale in città. Sono un po’ preoccupata. Non si preoccupi. Somiglia a un tostapane, ahi, questa macchina qua. Sì? Sì. Era tanto, che non pensavo al mio seno. Tanto. Quanti anni saranno. Quindici? Quella volta dopo la dieta, quando mia sorella mi disse che era inutile, pensare a una ricostruzione. Me l’ero giocato da sola, il mio seno da meraviglia, con una stupida dieta. Una terza misura abbondante passata a una scarsa seconda. Appoggi il sinistro, signora. Faremo due volte per una. O forse l’ultima volta ho pensato al mio seno quando ho comprato la crema, una crema rassodante, e poi l’ho regalata alla vicina. Mi fa troppa impressione spalmarla e magari scoprire, scoprire la formula del dolore infinito. Ancora il destro, signora. Non devo guardare. Non ne capisco nulla, ma vivo
di impressioni, e sarebbe tremendo, vedere che il seno, questo mio sconosciuto, nasconde segreti per mesi, per anni, svelandoli poi in un attimo, in un’impressione.
Ancora il sinistro, signora. E quand’è che ho pensato per la prima volta che avevo un seno. Chi lo ricorda. E’ cresciuto pian piano. Mi ero abituata. E vuoi vedere che è da qui, da questo mio sconosciuto, che comincio a morire. So che fa male, quest’angolo qui, ma stia ferma, signora. E non aveva mai avuto un angolo, il mio seno sinistro. Neanche quello destro, veramente. Li ho sempre pensati rotondi, i miei due seni importanti, sconfitti soltanto da una stupida dieta di gioventù. Non è da loro, che vorrei cominciare a morire . Non vorrei cominciare a morire, veramente. Mi sembra di aver tanto da fare, ancora. Ma forse non è neanche così. Forse ho tanto da fare quanto quel vecchio lì fuori, in sala d’attesa, col catetere in vista. Chi può giurarmi il contrario. Ancora il seno destro, signora. Benissimo. Controllo che tecnicamente sia andato tutto bene. TECNICAMENTE è andato tutto bene, signora. Penso che la chiameranno dall’ospedale in città, signora. Vorranno approfondire, penso. Approfondire cosa? La conoscenza del suo seno, signora. Del mio seno, di questo sconosciuto? Non è da lui, che voglio cominciare a morire. E poi ho la sensazione di avere ancora qualcosa da fare, pressappoco quanto quel vecchio lì, nella sala d’aspetto, col suo catetere in vista.
Fuori è settembre, ma c’è il sole, il sole di settembre in montagna, che non è un vero sole, non scalda, ma ti vien facile pensare che possa scaldare.
Chiamo un’amica, un’amica che sa.
Rifletto un momento su quello che ho, che veramente ho. Chiamino pure, quelli dell’ospedale in città. Ho poco, da fare. Pressappoco, come quel vecchio in sala d’attesa, col catetere in vista.
Dedico questo post alla memoria di Raymond Carver, mio autore preferito. Lui non ne avrebbe mai scritto uno così, ma lo avrebbe scritto COSI’: con un bicchiere in mano. Per scarno dolore. Per assenza d’amore.
Qui radio libera
Scusate, avete visto passare i miei sedici anni? Erano qui, prima, sapete? Li avevo appoggiati giusto su questo davanzale che dà sul convento dei padri Cappuccini. Mi sono alzata un attimo per cambiare il disco e quando sono ritornata non c’erano più. Sì, il disco girava, girava bene. C’era, certo che c’era. Era in vinile. Ma cosa c’entra, poi? Non possono essere passati nel giro di un disco, i miei sedici anni. Vi dico che erano qui, prima. Su questo davanzale. All’improvviso non li ho visti più. Come non ho visto più nessuno, di quelli che hanno fondato la radio con me. Spariti tutti. Però prima c’erano, ve l’assicuro. C’era Antonio, per esempio. Raccontava delle sue lezioni private di fisica. Diceva che se le fa pagare, ma non più di quello che valgono. Cioè, tutto dipende da quanti soldi gli servono: quando non gliene servono, le dà gratis. Lui dice che queste dovrebbero essere le regole dell’economia. Ma c’era anche Piero, con Antonio. Ha detto che veniva dalla manifestazione di Palermo, quella contro la mafia, per quel ragazzo che è morto perché non ci stava… E Davide, era qui anche lui. Un po’ scocciato, direi. Ce l’aveva con la stronza della prof. di Latino, ma non ho ben capito perché. Ero impegnata con il programma, io. Marina, ecco. Marina è rimasta lì ad ascoltarlo, ma non gliene importava un fischio, credo. Era qui ad aspettare Franco, che non è arrivato, come al solito. Lasciatemi dire: secondo me, si è messo in un brutto giro, quello. E prima possibile bisognerà parlargli. Intanto aiutatemi a ritrovare ‘sti benedetti sedici anni, che è la cosa più importante, al momento. Perché voi mi conoscete: sono una concreta, io. Non potete mica dirmi che mentre il disco girava, toh, mio marito ha comprato una casa per le vacanze , e quella casa era una volta la sede della radio che io ho fondato e che ora non c’è più, come i miei sedici anni! Non vi crederei. Fuori i miei sedici anni, mariuoli! Sempre pronti a scherzare, voi. Tirateli fuori, ho detto. Perché se non la finite, io, stasera, alla festa dei nostri …anta, non ci vengo!
Assistenti di volo, prepararsi al tracollo.
E’ una hostess britannica, dai capelli biondi e gli occhi grigi. Le hanno fatto indossare una gonna azzurra fasciante e le décolleté nere, tacco dodici. Anche io, se fossi obbligata a lavorare con le décolleté tacco dodici, sarei una persona infelice – penso. A volte solidarizzo con le donne per un particolare insignificante, ma non si fa.
Non si fa perché poi ci si rimane un po’ male. In questo caso, non ci metto moltissimo a capire che lei, la hostess britannica, sul tacco dodici si muove alla grande.
Sul suo tacco dodici, per esempio, mi raggiunge di volata mentre cerco, paziente, il posto 106. Mi tamburella sulla schiena e mi dice qualcosa in inglese. Intuisco che mi sta dirottando verso un posto diverso. La seguo, obbediente. Mi assegna un posticino accanto al portellone. Questo cambio di posto stride fortemente con il rigore delle procedure seguite finora, ma avrà un senso. Deve, averlo.
La hostess britannica rilassa i muscoli del viso. Capisco che sono stata brava, che le ho tolto un peso dallo stomaco. Però riparte di volata. Raggiunge una famigliola tre sedili più in giù. Si avverte un tramestìo. Mi giro a guardare cosa succede. La hostess britannica imbraccia un bambino di circa quattro anni con determinazione. Il padre del bambino si alza. Dice: “Ma scherza? E’ un bambino piccolo! Può avere bisogno di noi! Cosa fa, mio figlio, seduto da solo?”.
La hostess britannica, sguardo grigio e viso paonazzo, risponde: “Cresce!”.
Cresce! Così, semplicemente. Cresce!
Il padre del bambino, che non pare aver voglia di firmare un patto educativo lì su due piedi, si riprende con rabbia il predestinato alla crescita forzata, tra gli incoraggiamenti degli altri passeggeri.
La hostess britannica, se possibile ancora più paonazza, avanza verso i primi posti. Si ferma di botto sui due tacchi 12 e volge uno sguardo tagliente ai passeggeri: “Se vi comportate civilmente, forse partiamo”.
Poi, nel gelo generale, va al portellone. Lo sbatte. Tira nervosamente le cinghie. Per un attimo temo che ne dimentichi qualcuna. La sento imprecare contro la stupidità degli italiani.
Un tempo, le hostess erano sorridenti e gentilissime, anche con gli italiani cafoni e pretenziosi. Se si tratta di effetto Spread… Be’, è piuttosto grave, che gli assistenti di volo si siano preparati al tracollo.
Il colore degli uomini
Ok, ok, molto carino, da parte tua, dirmi ” Come stai bene, vestita così tutta di blu”. Di solito non è da te, di solito non commenti, come mi vesto e come mi trucco. Ma no, non te lo sto rimproverando. So, che lo noti, ma non commenti perché sei fatto così. Ci mancherebbe. L’hai precisato tante di quelle volte… Che poi non sarebbe neanche tanto importante, precisarlo, perché io non sono mica una di quelle donne che hanno bisogno di certi complimenti. No, dici? Va be’, solo qualche volta, se sono un po’ più giù. Magari un complimento tira su chiunque. Ma io, davvero, non ci tengo. E poi non è vero, che quando me ne fai uno come quello di stamattina ci trovo qualcosa che non va e mi adombro. È che… Tu mi hai fatto quel complimento, quello del vestito blu, insomma. E io ho pensato che avevo indossato un vestito viola, gli orecchini viola, la collana viola, le calze viola e le scarpe viola. Ma no, non è perché hai detto “blu” invece di “viola”. È che, allora, mi è sorto un dubbio: ma tu, quando ti lavi i denti, usi il tuo spazzolino blu, o il mio viola?
Un frammento di ricordo su Giovanni Falcone
Giovanni Falcone mi fu raccontato da una persona cara che non c’è più. Mi fu raccontato così.
“Io gli ho detto:
- Dottor Falcone, lei mi ha chiamato e io sono venuto, però mi è costato un po’ di sacrifici, organizzarmi con il lavoro di questi giorni. Se avesse bisogno di me in futuro, per piacere… Potrebbe avvisarmi con un certo anticipo?
Lui mi ha guardato negli occhi e mi ha risposto, stringendomi la mano:
- Stia tranquillo. Le persone oneste come lei, se e quando vengono qui, non ritornano una seconda volta”.
Tra i due era intercorso un dialogo di soli venti minuti. La persona ascoltata da Giovanni Falcone, posso testimoniarlo, era così come lui la vide in soli venti minuti.


