Il coso che cosa

La vicina si è presentata alla porta quando mi preparavo per andare a teatro. Le ho proposto di accomodarsi, ma ha preferito restare nell’ingresso. Andava di fretta: doveva servire la cena e poi correre in palestra. Era venuta soltanto per invitarmi.
Non lo so, se mi potete capire.
Io sono un tipo così: se qualcuno mi dice che ha fretta, penso che quello abbia fretta. Non gioco di fantasia, non elaboro pensieri profondi sulla relatività del tempo… Anzi, mi prodigo. Comincio a parlare rapidamente, riduco i messaggi all’osso, mi scuso di non aver fretta a mia volta.
Siamo rimaste nell’ingresso per tre quarti d’ora. Io, intirizzita, con il mascara a mezz’asta e un piede a bloccare il cane che voleva approfittare della porta socchiusa; la vicina, più loquace del solito e ben coibentata nell’eskimo verde marcio, a quanto pare tornato di moda.
Insomma, mi ha invitata.

E questo accadeva di sabato.

La domenica pomeriggio, alle tre, ho suonato il campanello della vicina e, per la prima volta in vita mia, mi sono presentata alla dimostrazione pratica sul coso che cosa.
Il coso, per cosare, cosa, in effetti. Cosa anche molto bene. E devo ammettere che è anche più rapido della vicina, nel cosare. Ponete che, se il suo compito fosse quello di andare a invitare la vicina, il coso andrebbe di corsa, inviterebbe la vicina e, nel giro di tre minuti, sarebbe nuovamente a casa propria. Purtroppo, il coso non è stato congegnato a tale scopo. Purtroppo, a tale scopo è stata congegnata la vicina.
Il coso è stato congegnato per imprese che posso solo provare a narrare, perchè appartengono, senza ombra di dubbio, alla sfera dell’inenarrabile.
Cioè. Tu ci metti dentro l’uovo, la farina, un cucchiaio di zucchero, il burro, dei cubetti di ghiaccio (sì, esatto: quei pezzi fatti d’acqua che non c’è verso che mi ricordi di tenere in congelatore) e gli dici: tre minuti. Un momento, no. Prima di dirgli “tre minuti” devi guardare il display, perchè lì il coso che cosa ti mette il peso. E se quello ti mette il peso, tu, almeno per gentilezza, devi prenderne atto.
Prendi atto e dici: “Tre minuti”. Oddio, non è che proprio lo dici. Giri una manopola ed è come lo dicessi. Il coso si avvia, trascorre tre minuti di vita in piena ebbrezza, quindi si spegne. E voilà, ecco che ti sputa la pasta sfoglia. Anche qui, non è che te la sputi proprio proprio. No. Poi tu la devi mettere a riposare. Poi la devi girare. Poi di nuovo la devi lasciar riposare. Ancora la devi risvegliare. E rimetterla a dormire. Non paga di averle dissestato il ritmo circadiano, a quel punto cominci a menarla con il mattarello e, che la sfoglia voglia o non voglia, la dividi in due parti uguali: da una ricavi una torta salata, dall’altra dei cannoncini da riempire con la crema, che nel frattempo avrai preparato sempre dentro il coso che cosa.

Non è finita. La meraviglia delle meraviglie, quella che fa sì che il coso che cosa mi lasci a bocca aperta, è che, nello stesso tempo in cui la pasta sfoglia sbadigliava e socchiudeva gli occhi, la dimostratrice ha preparato, nell’ordine: un limpidissimo succo di frutta, una maionese al di sopra di ogni sospetto di pazzia, la pizza, le verdure con uovo sodo e wurstel, un risotto ai funghi, il minestrone e … una torta di rose.

Il coso che cosa costa più di mille euro, ma… Visto che da qualche tempo abbiamo rinunciato alla signora delle pulizie (i costi umani della crisi…), visto che non abbiamo ecceduto in altre spese, visto che siamo quasi a Natale… Abbiamo deciso di comprarlo.
Facile, no?
Eh, no.
Troppo, facile!

Il coso che cosa, in effetti, cosa che, per carità, non gli puoi rimproverare nulla. E però… Domanda da più di mille euro: quando avrò acquistato il coso che cosa, potrò ancora fregiarmi del titolo di cuoca che mi è stato affibbiato dalla famiglia? Non è che poi, nonostante gli sforzi per addormentare, svegliare e sbatacchiare la pasta sfoglia, mi sento dire “come lavora bene il coso che cosa”?
Dice: “Ma a te, che importa? Fregatene”.
Facile, per gli altri, ma io so come va a finire, con me: un bel colpo all’autostima e…
Chi sono, io?
Perchè, esisto?
In che cosa sono utile a me e alla mia famiglia, se fa tutto il coso che cosa?

Se c’era un modo per uscire dall’impasse, io l’ho trovato. Ho deciso che non comprerò il coso che cosa finché non mi sarò consacrata platealmente e pubblicamente “cuoca d’eccezione”. Come? Risolvendo un annoso problema culinario: la torta di rose. Sì, la torta di rose, quella che non mi è mai mai mai riuscita.

Mentre scrivo questo post, la dodicesima torta di rose da quella domenica a oggi è in lievitazione. Poco fa ho dato un’occhiata fugace all’impasto: grigino, umidino, spompatino…
Credo che in casa mia non entrerà mai il coso che cosa, e la torta di rose continueremo a comprarla in pasticceria. Pazienza.

Ah, dimenticavo: il primo che prova a mandarmi la ricetta della torta di rose di sicura riuscita, viene espulso dal blog.
In fondo in fondo, una vocina mi dice che mille euro, al giorno d’oggi…


…Guidare a fari spenti nella notte…

Cos’è che doveva succedere , oggi, che è il 12 12 12?

Ah, Benedetto doveva spedire il suo primo tweet. Alle 12.
Io avevo l’incarico di ricordarlo alla mia classe: “Ragazzi, sono le 12 del 12 12 12″.
Benedetto ha scritto il suo tweet.
Io mi sono dimenticata di ricordare quel che dovevo ricordare alla mia classe.
Sono giustificata, però.
Alle dodici meno cinque ho diviso la lavagna (quella tradizionale, non la Lim) in tre parti rigorosamente disuguali. Vi ho scritto su: Analisi grammaticale- Analisi logica- Traduzione latina. Poi ho scritto la prima frase. Semplice, di quelle che si usano per cominciare . Sempliciotta, addirittura. La rosa è bella. Se ben ci pensate, però, “La rosa è bella” è una frase geniale, al giorno d’oggi. E’ una frase densa, anche se non lo appare. Dentro a una frase del genere c’è la constatazione che esiste un mondo esterno che sostanzialmente non ci riguarda (la rosa), ma che riusciamo con delicatezza ad accostare con un atto di giudizio (è bella). La rosa rimane la rosa. Non viene violata, non viene piegata ai nostri fini: rimane lì, al suo posto. Noi ci limitiamo ad accarezzarla con l’ombra di un’emozione.
Non ne siete convinti? Provate allora a confrontare “La rosa è bella” con quest’altra frase: “Scendo in campo”. Vi pare la stessa cosa? Ci leggete dentro lo stesso rispetto per l’esistente? Non vi viene, piuttosto, l’impulso di porre delle domande? Perché scendi in campo? Chi te l’ha chiesto? Cosa ti ha fatto di male, il campo? E poi: è un campo di grano o un campo di gramigna?
Alle 11.59 , dunque, ho scritto questa densa frase che è “La rosa è bella”. L’ho anche scandita ad alta voce. Subito dopo, una voce alle mie spalle ha scandito, a sua volta, forte e chiaro: “Rosa pulchra est”.
Solo questo: “Rosa pulchra est”.
- Ho sbagliato qualcosa? – ha chiesto il Leo, tutto rosso in viso.
No, Leo. Non hai sbagliato nulla. E’ che ho dimenticato di avvisarvi che erano le dodici, e ve l’avevo promesso. Ci tenevate tanto. Dio, Leo… Dovevi proprio dirla alle dodici in punto, quella frase? Mi hai lasciata inebetita ancora per un minuto, credo. Sì, abbiamo già fatto due lezioni di “latino”, la settimana scorsa, ma… era un bluff, Leo. Diciamo che ve l’avevo pompata un po’, per farvi sentire più grandi, importanti come i vostri fratelli che fanno già il liceo. In realtà erano solo giochini, giochini che mi ero inventata anche per mostrarvi che l’italiano ha una madre, una madre morta, dicono. Ma sono tutte congetture, perchè se poi uno va a cercarla, quella madre… c’è ancora, è lì dentro, nelle viscere del figlio. Giochini, Leo. Giochini che non ti autorizzavano per nulla a riversarmi addosso la musica di quella piccola, vecchia, polverosa frase. “Rosa pulchra est”.

Cos’è che doveva succedere, oggi, che è il 12 12 12?

Ah, le udienze. Le udienze pomeridiane. Certo che sono fuori tempo, rispetto a Benedetto. Quando lui twitta, io faccio le udienze. Va be’.
- Buongiorno, signora. Sono in aula tra un minuto, definisco una cosa con il dirigente e sono da lei.
- No, guardi. Io devo chiederle qualcosa in presenza del dirigente.
- Prego, allora.
- E allora, queste lezioni di latino?
Il dirigente trasecola.
- Ma, signora, quando saranno in terza potremo pensare a un corso di latino. Sempre che ci siano i fondi, sempre che…
- No, dir. Non è questo che ti chiede la signora. La signora chiede quando smetterò con le mie lezioni di latino. Giusto, signora?
- Giusto.
- Come mai?
- Perchè è una perdita di tempo. E’ una cosa difficile e… arretrata, ecco.
A volte l’utente non c’è. Fa’ finta che ci sia e spiega, Guardaitreni, spiega, coraggio. Le radici latine dell’italiano, la grammatica contrastiva, rosa pulchra est…
- E allora, se è come dice lei, perchè non lo fanno anche nelle altre classi?
- Potrebbe andare a chiederlo, signora. Arrivederci.
Arrivederci, dir., d’accordo così, allora. Buongiorno, signora. Buongiorno, signore. Tutto ok con Simone, Martina, Giovanni. Buongiorno, signora. Latino sì, latino no, latino sì anche per lei, signora… Ok. Peggio delle primarie. Tanto, sappiatelo… Aveva già vinto Leo.

Cos’è che doveva succedere, oggi, che è il 12 12 12?

Ah, finite le udienze devo ritornare a casa. Freddo siberico. Mucchi di neve ai bordi della statale. Buio pesto, in questo tratto di strada. Sempre. Sempre? No, cavoli. Non funzionano i fari della mia macchina! Oh, cavoli, cavoli, cavoli… E cosa si fa, in questi casi?
… Guidare a fari spenti nella notte… la la la … com’è facile morire…
Piano, piano… Ecco, quella è casa. Riconosco le luci dell’albero di Natale. Meno male che quest’anno l’ho fatto…


Lettera a Dimitri

Ciao, Dimitri.
A Mosca stanotte è nevicato, e in questo momento la temperatura è di cinque gradi sotto lo zero. Esattamente come qui.
Ti regalo questa piccola, insignificante informazione, perché è possibile tu abbia bisogno, in questi giorni, di un filo per orientarti tra le cose che cambiano e le cose che restano. L’informazione, appunto, è questa: a Mosca stanotte è nevicato, e la temperatura adesso è di cinque gradi sotto lo zero; qui stanotte è nevicato, e adesso la temperatura è di cinque gradi sotto lo zero.
Mamma Lalla si prepara a partire per Mosca.
Da quando sei nato, l’altro ieri, lei si prepara a partire per Mosca. Non sa ancora, se sarà per portarti a casa o per firmare altre carte. Sbigottita, prepara una valigia per Mosca.
Certo che tu, caro Dimitri, hai scelto uno strano modo, di nascere. Al telefono, mentre io e mamma Lalla prendevamo il caffè insieme in sala insegnanti.
Un bambino nato da un telefono, da un urlo, da un “No” che era un “Sì”.
Sì, Sì, Sì, finalmente.
A quel punto io mi sono allontanata.
I bambini, certi bambini, devono nascere solo alle loro mamme e ai loro papà, che si parlano al telefono mentre piangono. E poi alle nonne. E ai nonni.
Ora so anch’io, però, che sei un bambino biondo dagli occhi azzurri e tanto piccolo. Troppo piccolo per i suoi quattro anni. Un bambino per il quale crescere non era una certezza, ma una sorta di lotteria. Che tu, Dimitri, hai vinto. So anche che non ti chiami neppure Dimitri, ma hai un nome che, tradotto, ha a che fare con questa bizzarra cosa che è la vita, soprattutto quando ti prende da Mosca, dove nevica e poi ci sono cinque gradi sotto lo zero, e ti porta qui, dove … indovina un po’? Nevica e poi ci sono cinque gradi sotto lo zero.
Ti chiederai, caro Dimitri, perché insista tanto, in questa lettera, sulla neve e sulla temperatura, di Mosca e di qui. Cercherò di spiegarti, sebbene non è detto ci riesca. Vedi, esistono donne che, come mamma Lalla, nascono madri, si sviluppano madri, si realizzano madri. Poi ci sono donne che, come me, non hanno mai pensato di poter essere madri.
Non so, come possa accadere una cosa del genere.
Forse succede da bambine, quando in un negozio di alimentari quelle future donne ne incontrano una con un vestito stretto, troppo stretto, che si allarga sulla pancia e lascia intravedere, tra i bottoni, un brutto ombelico, e pensano “Io no, non voglio mai averlo, un ombelico così”. Oppure più tardi, quando scoprono un sogno, una passione, e si buttano tutte lì… Boh.
Ma non è questo, l’importante. Quello che volevo dirti è che queste ultime donne, quelle non tagliate per fare le madri, spesso diventano zie o, al massimo, “mogli di qualche papà”. Queste donne , dalla loro posizione, capiscono una o due cose, dei bambini.
Io, per esempio, dei bambini capisco solo questo: la paura del cambiamento.
La capisco così bene, questa cosa, che vorrei cominciasse così, la “Carta dei diritti dell’infanzia”: “OGNI BAMBINO HA DIRITTO ALLA SUA PAURA DEL CAMBIAMENTO”.
A volte è un lembo di coperta. A volte è lo sguardo di un’infermiera. A volte è una macchia di umidità sulla parete. Un bambino vi aggancia le proprie certezze e nessuno può dirgli a parole che domani sarà più bello.
Ma se non fosse un lembo di coperta, o lo sguardo di un’infermiera, o una macchia di umidità sulla parete e fosse… Una piccola finestra su Mosca, da dove vedi scendere silenziosa la neve, io ti dico, caro Dimitri… Che qui stanotte è nevicato, e adesso, come a Mosca, la temperatura è di cinque gradi sotto lo zero.


Il metodo di studio e il suo indotto.

La Lalla mi ha autorizzata a scrivere questo post.
Dovete sapere, per comprendere, che ho due sole colleghe, a conoscenza del mio blog: la Lalla, di cui presto parlerò anche per un altro motivo, e la Lelia, che sono certa si affaccerà su questo schermo una volta o l’altra. Tutte e due hanno anche una funzione, in quello che di solito vi racconto sul mio lavoro. Sono, per così dire, le “regolatrici” della mia autoreferenzialità: dovessi raccontare qualche fandonia su quanto io sia brava ed efficace, come insegnante, la Lalla e la Lelia, da brave testimoni, disapproverebbero. Forse avrebbero anche ragione a togliermi il saluto, in tal caso.
E ciò basta a che me le tenga strette, la Lalla e la Lelia, perchè ogni giorno di più mi accorgo che, avendo in mano un mezzo come questo web qua, la tentazione di presentarsi come si crede di essere è sempre dietro l’angolo…

Ma torniamo alla Lalla, che, dicevo, mi ha autorizzata a scrivere questo post. Era davanti alla macchina del caffè, stamattina, quando sono arrivata a scuola.
“Hai letto il messaggio?”- mi ha chiesto, con una certa ansia.
“Che messaggio?”.
E lì mi sono ricordata che anche ieri non ho riacceso il cellulare, dopo le lezioni.
“No, mi dispiace, ma adesso lo leggo. Scusa, era molto importante?”.
Ho frugato nella borsa quel tempo, incalcolabile al ritmo di un orologio, durante il quale si hanno le certezze più rapide e intense della propria vita: l’ho lasciato a casa, in cucina… No, sul sedile della macchina. Ma no, no, non l’ho usato, stamattina. Ecco, in soggiorno, sotto carica. Ma no, prima di ricaricarlo l’avrei acceso. Oddio, e se fosse scivolato dalla tasca del cappotto? Lo dico, io, che questi cappotti hanno certe tasche… Ah, eccolo. Sì, è spento.

Il messaggio della Lalla diceva queste cose, secondo un ordine di importanza esistenziale:
1) Tu, alle riunioni, devi venirci anche quando non sei obbligata (Eh, Lalla!).
2) Noi siamo qui alla riunione con l’équipe neuropsicocosa, con il dir, la coordinatrice, la sostegno (insegnante di) e un certo numero di dottori (mi dispiace, Lalla).
3) Tu non ci sei ( Sfido, io! Son qui a casa, correggo compiti e aspetto che lieviti la torta di rose su cui dovrò scrivere un post, tra qualche giorno).
4)Se tu ci fossi, sentiresti la mamma di P. che spiega il metodo che usi per fare storia (Lalla! Anche i genitori, adesso, si intendono di metodo?).
5) Sentiresti, ma tu per una volta non ci sei, tutti i dottori che dicono cose fantastiche su di te (Tipo, che… Lalla?).
6) Tipo che, se uno è un bambino sfortunato come P., ma poi incontra un’insegnante come te, che fa storia con quel metodo là, il bambino sfortunato P. diventa il bambino fortunatissimissimo P. (La P non riesco a rivoluzionarla, Lalla cara: la lascio così).
7) E domani, per favore, su questa cosa scrivi un post, così per un po’ smetti di fare la prof. di tenore medio-basso, su quel cavolo di blog (Be’, cavolo di blog non dovevi dirlo, Lalla…).
8) E giacchè ci sei, scrivi anche quell’altra cosa di stamattina ( Eh, no, Lalla. Io non lo voglio raccontare, che stamattina in corridoio si vociferava del tema del mio ex alunno, il piccolo O., in cui si dice che se uno viene dall’Ucraina, e non capisce un’acca di italiano, basta che vada dalla bravissimissima prof. Guardaitreni e impara a parlare e scivere in un un mese e mezzo. Dove li mettiamo, questi dell’Ucraina, con i loro colbacchi, se poi vengono tutti qui?).

Uff, Lalla. Tu mi hai autorizzata e io l’ho fatto: ho scritto un post nel quale non sono proprio malconcia, come insegnante. Però, poi… Mi vergogno un po’, a dirlo, eh.
Poi, nel pomeriggio, ho avuto i Consigli di Classe. Due. Con i genitori. Quelli bravi, quelli che vengono sempre, a sentire se svolgono bene i compiti dei figli. E lì, mi sono sentita apostrofare: “Scusi, ma lei, pensa di insegnare anche un metodo di studio, a questi ragazzi che ne hanno tanto bisogno?”. Chi, io? Metodo di studio? Ma se sono la supermegaprofguardaitreni, quella del metodo di studio, per l’appunto! Ma… che ci sia sotto qualcosa?

Mi conosci, Lalla. Alla decima domanda sul metodo di studio, mi sono incazzata in modo significativo, valido e attendibile. Così, ho scoperto la verità: si fanno degli incontri, nel territorio. Degli incontri tra genitori e certi guru del metodo di studio. Funzionano così: il guru viene dalla città; il guru, prima, però, prenota il teatro. Il teatro (lo so perchè ci vado tutte le volte che vi si dà uno spettacolo) di solito è semivuoto. Quando c’è il guru, invece, il teatro fa il pienone. E questo perchè gli attori hanno perso la tradizione, ora che non ci sono più le carrozze con i cavalli, di dire “Merda, merda, merda” per procacciarsi gli spettatori, e quella tradizione l’ha presa invece il guru. Il guru dice :”Merda, merda, merda”. Agli insegnanti. E a chi, se no? I genitori vanno a teatro. Il guru è simpatico. I genitori, la settimana dopo, portano i figli dal guru, per il metodo di studio. Pagano cento euro a seduta, per il guru, i suoi assistenti e le spese di ordinaria amministrazione di una specie di poliambulatorio del metodo di studio.
Ecco. Mi piacerebbe sapere quanti siano, attualmente, i guru dell’indotto del metodo. Sono tanti? Pochi? Pagano le tasse? Evadono regolarmente?
E infine, nòcciolo vero della questione: come mai, quando la Fiat entra in crisi, precipita anche l’indotto, e quando è in crisi la scuola pubblica, l’indotto ingrassa? Solo perchè Profumo, per il buon nome che porta, non può dire “Merda, merda, merda”?


Pennac e l’autista

Sono qui sull’autobus e leggo Pennac. Tra le teste curiose dei miei alunni ed ex alunni, non lo farei, se si trattasse
di “Storia di un corpo”, ma questa è l’edizione francese, “Journal d’un corps”, per loro assolutamente insospettabile. Non so, sono perplessa. Forse qualcun altro, non Pennac, è adatto a dare dignità letteraria agli umori, rumori, odori corporali. Per quel che ne posso dire in questo momento, accade che spesso devo distogliere lo sguardo dal libro e pensare ad altro, pena la nausea e forse qualcosa di più.
Osservo il paesaggio, tinto da una nebbiolina insidiosa. Boh. Io più di cacca non so dire. Quanto a descriverla, poi…Non mi riuscirebbe affatto. Bugiarda. L’ho fatto, una volta. Però, quella volta la motivazione era valida: convincere il medico a prescrivermi un farmaco contro il verme solitario senza che mi obbligasse a fare gli esami del caso. Sono stata geniale. Anzi no, è stato geniale chi ha avuto l’idea di Wikipedia, da cui avevo attinto, la sera prima,tutto il mio sapere sui vermi solitari. Sono uscita dallo studio con la mia ricetta in mano e…Be’, insomma, non chiedete altro. Sono mica Pennac, io!
Ripiombo sul libro. Ne verrò a capo, in qualche modo. Stomaco, ci vuole. E stomaco, mi manca. Magari non è solo colpa di Pennac. Chiamo come correo l’autista dell’autobus, che guida come un forsennato. Pennac e l’autista dell’autobus. Bella accoppiata. E se invece fosse tutta tutta tutta colpa dell’autista, il senso di vertigine che ora provo? Come dovrei interpretare,il fatto? Cosa significherebbe,in termini di letteratura? Che un autista d’autobus sa raccontare la mostruosa concretezza del carcere della mia anima meglio di uno scrittore? Mi oppongo. Molto meglio credere che il realismo di Pennac abbia una sua efficacia. In caso contrario, a che serve la letteratura? Già,a che serve la letteratura? No, no, non fraintendetemi. Non sto addentrandomi nella solita questione dell’”a che servono la letteratura, la filosofia…”, per poi fregarvi con la solita rispostina che ” non servono a niente, non sono attività di utilità immediata”. Io, propriamente, mi sto chiedendo: a che serve la letteratura sul corpo? In che modo, la descrizione di uno sputo (altrui)che cola sul mento(proprio), è funzionale all’esistenza mia, mia dell’io che legge e ha avuto la fortuna di non aver mai ricevuto uno sputo? O della società di cui faccio parte? Posso,io,preparare, non dico una rivoluzione,ché non ne sarei capace, ma un piccolo rinnovamento sociale, a partire da uno sputo? E mettiamo che si possa, perché di fatto quello è uno sputo fascista e uno sputo fascista è principio rivoluzionario assoluto… Dico io: non basta, nell’economia di un romanzo, quel solo, ignominioso sputo a elevare a messaggio universale la storia di un corpo-filtro attraverso cui determiniamo la nostra esistenza? Perché,tutto il resto?
Ecco, sono arrivata. Respiro l’aria gelata. A fondo. Percorro i centro metri fino a casa in preda ai brividi. Raggiungo il bagno vacillando. È stato Pennac o l’autista? – chiedo al water, tra un conato e l`altro. Incalzo: – Secondo te, sono una femminuccia vittima della cultura puritana o siamo di fronte a un nuovo barocco letterario? Il water tace. Tace maestosamente. Eppur si muove.


Tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina

Dall’ “Antologia di Train River”

Mary la Bella

Venni qui, sulla collina, che ancora ero corpo e vita .
Mi ci mandò Joe il Dottore, che aveva un viso buono e godeva della stima della gente.
Dapprima non lo capii, perchè erano mazzi di rose e parole gentili.
Poi, Joe il Dottore cominciò a seguirmi, e a farmi seguire, togliendomi ogni volta il respiro.
Io ero solo Mary la Bella,
lui, Joe il Dottore.
La gente diceva che Mary la Bella faceva soffrire Joe il Dottore, e alla fine ci credetti anch’io.
Passai la vita in anticipo sulla collina, che vuol dire che fui sulla collina che ancora ero corpo e vita.
Meglio sarebbe stato, se non avessi fermato la mano di Joe il Dottore.
Avrei passato il resto dei giorni qui come tutti,
senza più corpo, né vita.

Joe il Dottore

Dormo qui, sulla collina, poco distante da Mary la Bella. La gente diceva che Mary la Bella mi faceva soffrire.
Mary la Bella non mi faceva soffrire.
Io mi nutrivo dei suoi occhi magnetici,
del suo corpo di farfalla,
dei suoi pensieri profondi.
Ma Mary la Bella non mi voleva. Lei attraversava la vita degli altri e viveva la sua con incanto, credeva in troppe cose e voleva solo scrivere.
Aveva tante parole, Mary la Bella.
E quando le rose non furono abbastanza, le mie parole gentili non furono abbastanza,
perseguitai e minacciai Mary la Bella,
mentre continuavo a operare pazienti fiduciosi in Joe il Dottore.
Come fu facile per me, Joe il Dottore, additare Mary la Bella come quella che mi toglieva il sonno di notte!
La gente non si fida della giovinezza e della bellezza.
E quando Mary la Bella fermò la mia mano con forza e scaltrezza, denunciandomi al mondo,
molti la odiarono e dissero che era incapace d’amore.
Dalla collina io lo so, che non Mary la Bella, era incapace d’amore,
ma la mia brama di potere, non era amore.
Ma allora non lo sapevo,
e così mandai Mary la Bella in anticipo sulla collina,
corpo e vita tra noi morti,
semplicemente facendole credere
di avere colpa
ad essere giovane e bella
e a possedere parole da scrivere.
La mandai in anticipo sulla collina e Mary la Bella non scrisse più nulla.


Oui, mon chapeau…

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