La vicina si è presentata alla porta quando mi preparavo per andare a teatro. Le ho proposto di accomodarsi, ma ha preferito restare nell’ingresso. Andava di fretta: doveva servire la cena e poi correre in palestra. Era venuta soltanto per invitarmi.
Non lo so, se mi potete capire.
Io sono un tipo così: se qualcuno mi dice che ha fretta, penso che quello abbia fretta. Non gioco di fantasia, non elaboro pensieri profondi sulla relatività del tempo… Anzi, mi prodigo. Comincio a parlare rapidamente, riduco i messaggi all’osso, mi scuso di non aver fretta a mia volta.
Siamo rimaste nell’ingresso per tre quarti d’ora. Io, intirizzita, con il mascara a mezz’asta e un piede a bloccare il cane che voleva approfittare della porta socchiusa; la vicina, più loquace del solito e ben coibentata nell’eskimo verde marcio, a quanto pare tornato di moda.
Insomma, mi ha invitata.
E questo accadeva di sabato.
La domenica pomeriggio, alle tre, ho suonato il campanello della vicina e, per la prima volta in vita mia, mi sono presentata alla dimostrazione pratica sul coso che cosa.
Il coso, per cosare, cosa, in effetti. Cosa anche molto bene. E devo ammettere che è anche più rapido della vicina, nel cosare. Ponete che, se il suo compito fosse quello di andare a invitare la vicina, il coso andrebbe di corsa, inviterebbe la vicina e, nel giro di tre minuti, sarebbe nuovamente a casa propria. Purtroppo, il coso non è stato congegnato a tale scopo. Purtroppo, a tale scopo è stata congegnata la vicina.
Il coso è stato congegnato per imprese che posso solo provare a narrare, perchè appartengono, senza ombra di dubbio, alla sfera dell’inenarrabile.
Cioè. Tu ci metti dentro l’uovo, la farina, un cucchiaio di zucchero, il burro, dei cubetti di ghiaccio (sì, esatto: quei pezzi fatti d’acqua che non c’è verso che mi ricordi di tenere in congelatore) e gli dici: tre minuti. Un momento, no. Prima di dirgli “tre minuti” devi guardare il display, perchè lì il coso che cosa ti mette il peso. E se quello ti mette il peso, tu, almeno per gentilezza, devi prenderne atto.
Prendi atto e dici: “Tre minuti”. Oddio, non è che proprio lo dici. Giri una manopola ed è come lo dicessi. Il coso si avvia, trascorre tre minuti di vita in piena ebbrezza, quindi si spegne. E voilà, ecco che ti sputa la pasta sfoglia. Anche qui, non è che te la sputi proprio proprio. No. Poi tu la devi mettere a riposare. Poi la devi girare. Poi di nuovo la devi lasciar riposare. Ancora la devi risvegliare. E rimetterla a dormire. Non paga di averle dissestato il ritmo circadiano, a quel punto cominci a menarla con il mattarello e, che la sfoglia voglia o non voglia, la dividi in due parti uguali: da una ricavi una torta salata, dall’altra dei cannoncini da riempire con la crema, che nel frattempo avrai preparato sempre dentro il coso che cosa.
Non è finita. La meraviglia delle meraviglie, quella che fa sì che il coso che cosa mi lasci a bocca aperta, è che, nello stesso tempo in cui la pasta sfoglia sbadigliava e socchiudeva gli occhi, la dimostratrice ha preparato, nell’ordine: un limpidissimo succo di frutta, una maionese al di sopra di ogni sospetto di pazzia, la pizza, le verdure con uovo sodo e wurstel, un risotto ai funghi, il minestrone e … una torta di rose.
Il coso che cosa costa più di mille euro, ma… Visto che da qualche tempo abbiamo rinunciato alla signora delle pulizie (i costi umani della crisi…), visto che non abbiamo ecceduto in altre spese, visto che siamo quasi a Natale… Abbiamo deciso di comprarlo.
Facile, no?
Eh, no.
Troppo, facile!
Il coso che cosa, in effetti, cosa che, per carità, non gli puoi rimproverare nulla. E però… Domanda da più di mille euro: quando avrò acquistato il coso che cosa, potrò ancora fregiarmi del titolo di cuoca che mi è stato affibbiato dalla famiglia? Non è che poi, nonostante gli sforzi per addormentare, svegliare e sbatacchiare la pasta sfoglia, mi sento dire “come lavora bene il coso che cosa”?
Dice: “Ma a te, che importa? Fregatene”.
Facile, per gli altri, ma io so come va a finire, con me: un bel colpo all’autostima e…
Chi sono, io?
Perchè, esisto?
In che cosa sono utile a me e alla mia famiglia, se fa tutto il coso che cosa?
Se c’era un modo per uscire dall’impasse, io l’ho trovato. Ho deciso che non comprerò il coso che cosa finché non mi sarò consacrata platealmente e pubblicamente “cuoca d’eccezione”. Come? Risolvendo un annoso problema culinario: la torta di rose. Sì, la torta di rose, quella che non mi è mai mai mai riuscita.
Mentre scrivo questo post, la dodicesima torta di rose da quella domenica a oggi è in lievitazione. Poco fa ho dato un’occhiata fugace all’impasto: grigino, umidino, spompatino…
Credo che in casa mia non entrerà mai il coso che cosa, e la torta di rose continueremo a comprarla in pasticceria. Pazienza.
Ah, dimenticavo: il primo che prova a mandarmi la ricetta della torta di rose di sicura riuscita, viene espulso dal blog.
In fondo in fondo, una vocina mi dice che mille euro, al giorno d’oggi…
