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Considerazioni Raciliane

Racilia si passò ancora un filo di olio d`oliva sulle mani irruvidite dal lavoro, quindi si dispose ad attendere il marito. Certo che, se una ci pensa, la vita non è una passeggiata per nessuno. Prima ci si era messo quel buono a nulla di figlio, che si era fatto accusare di omicidio. Di conseguenza, erano saltati i campi, trasformati ipso facto in parcelle per gli avvocati.  Infine, pur di sopravvivere, persino lei, nata signora, aveva dovuto imparare ad arare i quattro iugeri superstiti, a estirpare erbacce, a piantare cipolle per la zuppa quotidiana. E chissà cos’altro avrebbe dovuto ancora imparare, se il suo Cincinnato non si fosse guadagnato tanta stima da venir nominato dittatore. Stima meritata, perbacco. Non per nulla era riuscito nell’impresa di sconfiggere gli Equi. Come si suol dire, impara l’arte e mettila da parte, perciò Cincinnato aveva ottenuto la sua vittoria semplicemente recintando gli Equi, alla stregua di buoi. Ah, che uomo. Solo che adesso tardava, come da quindici giorni a quella parte, d’altronde. O era già di ritorno? No, non era lui. Forse un gatto, sulle sterpaglie che il servo aveva abbandonato sul viale. Ah, i servi. Avrebbe pur dovuto, nei sei mesi di dittatura, imparare a trattarli come si deve. Tutto stava a riformularsi, a tornare a considerarsi quella che era ed era sempre stata, nonostante gli anni dedicati alla campagna.
Si aprì la porta e apparve la testa riccioluta del marito.
- Cinci! – esclamò lei, colta di sorpresa – Allora eri tu?
- Sì – rispose lui – con un’espressione greve.
-Ma… è successo qualcosa?
- Sì. Domani è il sedicesimo giorno de `sta vita ` nfame, Racì. Racì, `nun ci `a faccio più. Domani scendo in campo.

Chiedo scusa a Tito Livio. Non sapevo come tradurre in testo questo semplice concetto: beati i tempi in cui ” scendo in campo” voleva dire “torno a piantar
cipolle”.image


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