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Controvacanze in Sicilia

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Ma io, che sabato parto per le storiche tre settimane in Sicilia, a chi lascio il cane, le piante, la Golf e il blog?
Ditemi: a chi? Il cane potrei lasciarlo alla suocera, se lo odiassi un po’ di più.
Le piante alla vicina, che è una persona tanto gentile e forse me le resuscita anche.
La Golf è il problema minore: il carrozziere si è offerto di tenermela, così, mentre io me la spasso in vacanza, lui, poveretto, per l’irrisoria cifra di 750 euro ivati (ché non è più tempo…), ci trasuda su un po’ di vernice ed elimina quel graffietto dalla portiera.

Ma il blog? Il blog potrei portarmelo dietro, in verità. Tecnicamente non è un problema. Ho pure il tablet che si incastra nella sua tastierina, sapete, quell’Android lì che non è l’Altro, e che vi sconsiglio di comprare se non amate trascorrere la vita rispondendo alla domanda: “Ma perché non ti sei preso l’Ipad?”. Che poi, io una risposta a questa domanda l’ho trovata, ma non so se andrebbe bene per voi. L’ho trovata per caso quella volta che il tutto, tablet e tastierina, cioè, è caduto a terra, ma si è rotta solo la tastierina, andando a finire in riparazione nella repubblica ceca (hai visto mai, un centro assistenza tra Genova, Torino e Milano?), e intanto io ero così felice che mi fosse rimasto il tablet che bloggavo, bloggavo, bloggavo, finché mi han fatto sapere che avevo disseminato il Web di apostrofi e accenti che dovevano essere giusto al contrario. Accenti gli apostrofi e apostrofi gli accenti. Vergogna, vergogna, vergogna: non si fanno le tastiere virtuali con apostrofi e accenti ambigui, perché poi i blogger che hanno la disgrazia di essere anche insegnanti di Italiano vengono arsi al rogo, nelle pagine dei commenti.

A proposito di rogo: appurato che non ci sono problemi tecnici, ma sostanziali, possiamo tornare alla Sicilia. E dunque: se io mi porto dietro il blog, poi, che vi racconto? Di che vi parlo? Guardate che io li leggo, i vostri blog, i vostri Twitter e i vostri Facebook. Lo so, chi siete, lo so cosa c’è, alla faccia della crisi, dentro le vostre vacanze! Invece, nelle mie, ormai sperimentatissime, guardate cosa c’è.

C’è quell’onda lì, che vedete nell’immagine. Appartiene a una specie di corridoio di Danzica, che immagino sia costato tante guerre mondiali, in passato. Il paesello natìo, infatti, si trova in collina, a otto chilometri di strada dall’onda. Però, miracolosamente, ha il suo sbocco al mare, appunto. Per quelli che non ci credono, c’è il cartello: “Spiaggia di M. – Territorio di C.”. E quelli della mia generazione, che ancora hanno una coscienza storica, non vi rinunciano: abbiamo lo sbocco al mare? Ce lo godiamo. E poco importa che la spiaggia sia puntellata di ciottoli, sassi e massi. Almeno sabbia a casa non ne porti, come quelli che vanno sull’Adriatico e poi, scommettiamo?, otturano gli scarichi delle docce. E la cosa ha altri vantaggi, anche se non tutti li capiscono. In Sicilia, tutto è cultura. E così, quando hai piantato un masso qui, uno qui, uno qui, uno qui, per l’ammontare di quattro massi, e in mezzo ci hai piantato il tuo ombrellone, lo capisci, come mai alcune strutture (una a caso: la Tour Eiffel) nascano come strutture effimere e va a finire che qualcuno ci piazzi dentro un ristorante. Lo capisci, eccome. Col cavolo, li sposti ancora, l’indomani, quei massi lì. Piuttosto, che ci facciano pure il nido, i gabbiani, sul tuo ombrellone.

C’è anche il Toni, da un po’ di anni, nelle tre settimane in Sicilia. Lui, però, di giorno è inoffensivo, diciamo. Di giorno, con la scusa della canicola, lui dorme. E’ la sera, che comincia a essere pericoloso, perché è la sera che, con una mossa a sorpresa, si improvvisa viveur, e vuole andare a mangiare proprio in quel ristorante lì, quello con la vista sul mare, con i camerieri in livrea che spinano il pesce alla perfezione, con l’atmosfera romantica e con una falce di luna anch’essa compresa nel prezzo, che altrimenti non capiresti perché definire “astronomico”.
Che c’è di male, dite? Volete un male a caso, allora? Mettete che anche quest’anno il Toni stia all’incirca tre quarti d’ora a scegliere tra l’astice e l’aragosta. Mettete che finalmente si decida per l’astice o per l’aragosta, che ormai per me pari sono, e mettete che il cameriere porti in trionfo l’animale prescelto. Chi mi assicura che, in quel preciso istante, in quel contesto appropriato, in quell’atmosfera solenne, non arrivi un vicino di tavolo di cognome Monti? Chi glielo dice, a quello, che il Toni di solito non fa di quelle cose? Chi glielo dice che si comporta in quel modo solo due-tre volte all’anno e solo in Sicilia?

E infine c’è il paesello natìo, sopra l’onda e dentro le mie vacanze. E’ un paese a forma di brioche con gelato. O almeno, così me lo sogno la notte. Però non vi dico altro, perché poi, se non vi ho ancora impietositi o minacciati, e di conseguenza nessuno si offrirà di farmi da blogsitter, di quello dovrò parlarvi, nelle prossime tre settimane… E di che altro, se no?


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