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Pasta con tenerumi

So, per diretta esperienza, che sui siciliani e sulla Sicilia c’è una grande curiosità. Per esempio, una delle domande che, in quanto siciliana fuori sede, diciamo così, mi sento rivolgere pressantemente, riguarda le scelte politiche della mia regione. Cioè, come mai un posto come la Sicilia [ segue descrizione folkloristica, culturale, storica più o meno sapiente da parte dell'interrogante] è così facilmente preda di partiti e personaggi assolutamente incompatibili con le esigenze vere dei siciliani?
E qui io mi trovo in serie difficoltà a rispondere. Nel senso… Io lo so, perché, ma so dirlo solo con queste parole: “pasta con tenerumi”.

“Pasta con tenerumi” è un primo piatto della tradizione contadina siciliana. La base della sua preparazione è costituita dalle foglie più tenere della pianta di zucchina lunga bianca, fatte bollire assieme agli altri ingredienti fino a raggiungere, come risultato, un minestrone fumante.
Ora, non c’è ragione in cielo, e maggiormente in terra, perché un popolo intero, d’estate, con una temperatura oscillante tra i 35° e i 40°, all’una del pomeriggio, debba riunirsi attorno a una tavola apparecchiata per consumare una minestra bollente.
Eppure, i siciliani lo fanno. Si imperlano di sudore, ma lo fanno.
“E’ frisca”, si giustificano.
Capite? E’ fresca, questa minestra incandescente. Già stanno pensando al dopo: all’effetto depurativo e ai benefici sul transito intestinale. Il durante non conta, quando c’è di mezzo una promessa.
Basta aspettare.
Bisogna, aspettare.
Dietro un voto incoerente, c’è sempre un siciliano che soffre, suda e aspetta un lavoro per il figlio.

Anche se ve l’ho fatta risultare antipatica, la “pasta con tenerumi” è una gradevolissima minestra: provatela di sera, in una regione italiana un po’ più “frisca” in tutti i sensi e vedrete… Ve ne do la ricetta, eh?

PASTA CON TENERUMI

Portate a ebollizione dell’acqua in una pentola. Salate. Versatevi una patata tagliata a tocchetti e fate cuocere per 7-8 minuti. Aggiungete i tenerumi lavati e spezzettati. Fate bollire, finché la patata risulta morbida. A questo punto, versate un pugnetto di pasta, formato ditalini, per ciascun commensale. Intanto, a parte, avrete soffritto poca cipolla tritata finemente , vi avrete aggiunto poco pomodoro pelato (4-5 cucchiai), delle foglioline di basilico e avrete fatto cuocere per alcuni minuti. Quando la pasta è al dente, scolate un po’ del suo liquido e aggiungete un cucchiaio di olio di oliva e il pomodoro. Fate bollire qualche minuto e servite. Particolare che fa la differenza: versate a pioggia, su ogni piatto, una manciata di ricotta salata grattugiata.


Sicilia in vacanza a Tahiti

Certo che, se mentre io preparo i bagagli per la Sicilia, il governatore Lombardo mi fa sapere dalle pagine del Corriere che la Sicilia non ha un buco, ma un indebitamento (sentito, Toni, come si chiama quella cosa attorno alla quale si dispone il calzino che stavo per mettere in valigia?) e poi aggiunge, per me profana, che la Sicilia è come un tizio che guadagna 27.000 euro all’anno, compra casa e fa qualche spesuccia, contraendo un debito di 5400 euro con un noto istituto di credito al consumo, io mi tranquillizzo.
Disfo anche i bagagli, se è per quello.
Io lo conosco, un tizio come quello di cui parla il governatore Lombardo. Io non mi meraviglio se arrivo lì, nel cielo di Ustica, e il pilota mi avverte che, per un imprevisto tecnico, la Sicilia non è al suo posto. Il tizio che conosco io, a Tahiti, se n’è andato, con i 5400 euro del famoso Istituto di credito al consumo.


Controvacanze in Sicilia

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Ma io, che sabato parto per le storiche tre settimane in Sicilia, a chi lascio il cane, le piante, la Golf e il blog?
Ditemi: a chi? Il cane potrei lasciarlo alla suocera, se lo odiassi un po’ di più.
Le piante alla vicina, che è una persona tanto gentile e forse me le resuscita anche.
La Golf è il problema minore: il carrozziere si è offerto di tenermela, così, mentre io me la spasso in vacanza, lui, poveretto, per l’irrisoria cifra di 750 euro ivati (ché non è più tempo…), ci trasuda su un po’ di vernice ed elimina quel graffietto dalla portiera.

Ma il blog? Il blog potrei portarmelo dietro, in verità. Tecnicamente non è un problema. Ho pure il tablet che si incastra nella sua tastierina, sapete, quell’Android lì che non è l’Altro, e che vi sconsiglio di comprare se non amate trascorrere la vita rispondendo alla domanda: “Ma perché non ti sei preso l’Ipad?”. Che poi, io una risposta a questa domanda l’ho trovata, ma non so se andrebbe bene per voi. L’ho trovata per caso quella volta che il tutto, tablet e tastierina, cioè, è caduto a terra, ma si è rotta solo la tastierina, andando a finire in riparazione nella repubblica ceca (hai visto mai, un centro assistenza tra Genova, Torino e Milano?), e intanto io ero così felice che mi fosse rimasto il tablet che bloggavo, bloggavo, bloggavo, finché mi han fatto sapere che avevo disseminato il Web di apostrofi e accenti che dovevano essere giusto al contrario. Accenti gli apostrofi e apostrofi gli accenti. Vergogna, vergogna, vergogna: non si fanno le tastiere virtuali con apostrofi e accenti ambigui, perché poi i blogger che hanno la disgrazia di essere anche insegnanti di Italiano vengono arsi al rogo, nelle pagine dei commenti.

A proposito di rogo: appurato che non ci sono problemi tecnici, ma sostanziali, possiamo tornare alla Sicilia. E dunque: se io mi porto dietro il blog, poi, che vi racconto? Di che vi parlo? Guardate che io li leggo, i vostri blog, i vostri Twitter e i vostri Facebook. Lo so, chi siete, lo so cosa c’è, alla faccia della crisi, dentro le vostre vacanze! Invece, nelle mie, ormai sperimentatissime, guardate cosa c’è.

C’è quell’onda lì, che vedete nell’immagine. Appartiene a una specie di corridoio di Danzica, che immagino sia costato tante guerre mondiali, in passato. Il paesello natìo, infatti, si trova in collina, a otto chilometri di strada dall’onda. Però, miracolosamente, ha il suo sbocco al mare, appunto. Per quelli che non ci credono, c’è il cartello: “Spiaggia di M. – Territorio di C.”. E quelli della mia generazione, che ancora hanno una coscienza storica, non vi rinunciano: abbiamo lo sbocco al mare? Ce lo godiamo. E poco importa che la spiaggia sia puntellata di ciottoli, sassi e massi. Almeno sabbia a casa non ne porti, come quelli che vanno sull’Adriatico e poi, scommettiamo?, otturano gli scarichi delle docce. E la cosa ha altri vantaggi, anche se non tutti li capiscono. In Sicilia, tutto è cultura. E così, quando hai piantato un masso qui, uno qui, uno qui, uno qui, per l’ammontare di quattro massi, e in mezzo ci hai piantato il tuo ombrellone, lo capisci, come mai alcune strutture (una a caso: la Tour Eiffel) nascano come strutture effimere e va a finire che qualcuno ci piazzi dentro un ristorante. Lo capisci, eccome. Col cavolo, li sposti ancora, l’indomani, quei massi lì. Piuttosto, che ci facciano pure il nido, i gabbiani, sul tuo ombrellone.

C’è anche il Toni, da un po’ di anni, nelle tre settimane in Sicilia. Lui, però, di giorno è inoffensivo, diciamo. Di giorno, con la scusa della canicola, lui dorme. E’ la sera, che comincia a essere pericoloso, perché è la sera che, con una mossa a sorpresa, si improvvisa viveur, e vuole andare a mangiare proprio in quel ristorante lì, quello con la vista sul mare, con i camerieri in livrea che spinano il pesce alla perfezione, con l’atmosfera romantica e con una falce di luna anch’essa compresa nel prezzo, che altrimenti non capiresti perché definire “astronomico”.
Che c’è di male, dite? Volete un male a caso, allora? Mettete che anche quest’anno il Toni stia all’incirca tre quarti d’ora a scegliere tra l’astice e l’aragosta. Mettete che finalmente si decida per l’astice o per l’aragosta, che ormai per me pari sono, e mettete che il cameriere porti in trionfo l’animale prescelto. Chi mi assicura che, in quel preciso istante, in quel contesto appropriato, in quell’atmosfera solenne, non arrivi un vicino di tavolo di cognome Monti? Chi glielo dice, a quello, che il Toni di solito non fa di quelle cose? Chi glielo dice che si comporta in quel modo solo due-tre volte all’anno e solo in Sicilia?

E infine c’è il paesello natìo, sopra l’onda e dentro le mie vacanze. E’ un paese a forma di brioche con gelato. O almeno, così me lo sogno la notte. Però non vi dico altro, perché poi, se non vi ho ancora impietositi o minacciati, e di conseguenza nessuno si offrirà di farmi da blogsitter, di quello dovrò parlarvi, nelle prossime tre settimane… E di che altro, se no?


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